La scia di morte di Bin Laden: quasi 5.000 vittime in 12 anni

Dal calcolo sono esclusi i militari morti in Afghanistan e in Irak e gli ostaggi uccisi. Il network di Osama sarebbe alla base anche degli attentati ceceni

Claudia Passa

da Roma

Il macabro calcolo non tiene conto dei caduti nei teatri di guerra di Afghanistan e Irak, dell’area pakistana, degli sgozzamenti degli ostaggi, delle cellule minori che dall’Egitto all’Asia si ispirano a Osama. La statistica sulle vittime civili nel mondo riconducibili al vertice di Al Qaida, in 12 anni di attentati, è da brivido perché l’abitudine all’orrore non dà la dimensione esatta di questo network sanguinario che nel lontano ’96 annunciò la «jihad» all’Occidente: 4.837 innocenti assassinati, oltre 12.700 i feriti.
Il battesimo di fuoco della «base» - stando a un’analisi dei nostri servizi segreti - ha cinque diverse date: l’offensiva alle ambasciate di Nairobi (247 morti) e Dar es-Salam (10 morti) per un totale di 4.993 feriti; l’attentato alla comunità ebraica di Buenos Aires del ’94 (85 morti, 300 feriti); la battaglia contro i soldati Usa a Mogadiscio del 3 ottobre ’93 (18 uccisi, 80 feriti); l’attentato del 26 febbraio ’93 (6 morti, 1.042 feriti) al World Trade Center di New York; il blitz del 17 novembre ’97 a Luxor, in Egitto, attraverso la Jamaa Islamiya (62 morti e 24 feriti). Il vero salto di qualità avviene il 12 ottobre nel golfo yemenita di Aden con l’attentato alla nave Uss-Cole: 17 morti e 39 feriti americani. Un anno dopo, nell’ottobre 2001, si conclama l’alleanza con la cellula di Abu Sayyaf, attiva nelle Filippine, che in poche ore elimina 10 innocenti. L’11 settembre 2001, con le stragi di New York e Washington, i civili uccisi in un colpo solo raggiungono l’iperbolica cifra di 2.749, i feriti migliaia. Fra attentati sventati, falliti, scoperti sul nascere, Al Qaida si ripresenta nel 2002 a Sanaa, Yemen (2 morti, 4 feriti) e ad ottobre facendo esplodere la petroliera Limburg (un morto e 27 feriti). Ad aprile il gruppo Qaidat al-Jihad uccide 15 persone nella sinagoga di Djerba in Tunisia; a General Santos, Abu Sayyaf fa fuori 14 civili (20 i feriti), a luglio 38 persone muoiono a Larba, vicino Algeri. La Salafiya Jihaidia e Takfir Wal Hidjra, cellule marocchine, eliminano 10 innocenti ad agosto. In Kuwait è colpito un marines a Failaka, il 3 ottobre salta in aria nel sud delle Filippine un karaoke-bar: 3 morti e 24 feriti.
L’ombra lunga di Al Qaida torna a materializzarsi in Indonesia il 12 ottobre 2002: 202 morti e 309 feriti nell’isola di Bali. Tre giorni dopo, altri 7 morti e 160 feriti a Zamboanga, nelle Filippine, dove già il 2 ottobre 24 persone erano rimaste ferite. Il 16 ottobre una bomba su un bus a Manila fa 3 morti e 20 feriti, il 20 una bicicletta-bomba esplode a Zamboanga: 1 morto, 17 feriti. Nel frattempo kamikaze di ispirazione cecena che inneggiano a Osama firmano l’assalto al teatro Dubrovka a Mosca (170 morti). L’asse ceceni-Al Qaida viene riscontrato dai Servizi russi e americani anche attraverso l’«ufficiale di collegamento» saudita Abdelaziz al Ghamdi detto «Al Walid», e più avanti, nel novembre 2004, nelle indagini sull’assalto alla scuola di Beslan (336 morti, 705 feriti) guidato dall’islamico Magomed Ievloiev, e finanziato dall’arabo Abu Omar as-Seiyf, proconsole di Osama in Cecenia. Il 28 ottobre in Giordania cade Lawrence Foley, diplomatico Usa. Meno di un mese e l’agguato a 17 turisti israeliani all’Hotel Paradise di Mombasa, in Kenya, va a buon fine per Al Qaida. Alla vigilia di Capodanno, 3 missionari Usa sono uccisi a Jibla (Yemen), mentre l’infermiera Bonnie Whiterall è massacrata in Libano.
Il 2003 si apre con imboscate e agguati ad Algeri firmati dal Gspc: 56 le vittime. Il terrore si sposta nelle Filippine, Abu Sayyaf rivendica in tutto 60 morti e oltre duecento feriti. Il 12 maggio tre camion-bomba nei residence di Riad, in Arabia Saudita, «producono» 3 morti e 212 feriti. Novantasei ore dopo cinque bombe eliminano 45 persone e ne feriscono 96 a Casablanca in Marocco. Ad agosto, viene disintegrato il Marriott Hotel di Giakarta: 18 cadaveri, 122 feriti.
Tralasciando piccoli e medi attacchi in ogni angolo del pianeta, Al Qaida torna a far parlare di sé il 16 novembre 2003 con le bombe a 4 sinagoghe di Istanbul affidate alle cellule «Beyyat Al Imam» e alle «Brigate militari di Maometto»: 64 morti, 753 feriti. In Somalia, intanto, due funzionari tedeschi vengono assassinati. A Riad e Khobar, in Arabia Saudita, una trentina di cittadini passano violentemente all’altro mondo. È l’11 marzo 2004, a Madrid le cellule europee seminano paura e distruzione sui treni: 192 morti, quasi 1.900 feriti. Il primo maggio 2004 a Janbu (Arabia Saudita) Al Qaida massacra 10 tecnici anglosassoni. Intanto i tentacoli di Osama arrivano in Uzbekistan attraverso il «Mui», che dal ’99 al 2004 «produce» 63 vittime. A settembre salta la sede diplomatica australiana a Giakarta (11 morti, 160 feriti) a ottobre un nuovo botto in Algeria (16 innocenti uccisi). Novembre è il mese dei morti di Taba, Egitto (34 croci e 105 i feriti) mentre in Ossezia, nella scuola dei bimbi di Beslan, le vittime sono 336 (705 i feriti). Dicembre si chiude con l’attacco al consolato Usa a Gedda: 7 morti, 3 feriti. E arriviamo al 2005: il giorno di San Valentino, Abu Sayyaf regala decine di morti e un centinaio di feriti a Manila, in Algeria l’escalation letale si ferma a quota 45. Poi arrivano ventuno morti dall’Indonesia, diciotto dalla Mauritania, cinquantasei da Londra, sessantaquattro da Sharm el Sheikh...