La scia di sangue del «partito di Dio»

Il leader Nasrallah: «I kamikaze sono l’arma di Allah contro Israele»

Gaia Cesare

da Milano

«Hizb Allah», il «partito di Dio» lo hanno ribattezzato i «Partigiani musulmani» che gli diedero vita nel 1982. Ma di partito ha solo il nome, nonostante abbia parlamentari e ministri nel governo libanese. Dalla sua nascita, infatti, il gruppo di radicali sciiti libanesi ha firmato alcuni fra i più sanguinosi attentati terroristici della storia. Il primo, il più eclatante, poco dopo la sua fondazione. Era il 23 ottobre del 1983 quando due autobomba esplosero a Beirut contro una caserma occupata da marine statunitensi e paracadutisti francesi: 299 vittime in tutto, 241 soldati di nazionalità americana, 58 francesi. Un’azione che rispondeva perfettamente, allora come oggi, alle direttive dell’attuale leader del movimento, Hassan Nasrallah, strenuo difensore della lotta armata fondata sul suicidio: «La strada che porta alla vittoria è la strada del martirio», ribadiva ai suoi uomini nell'ottobre del 2000 lo sceicco. «Le operazioni suicide sono l'arma che Allah concede al suo popolo e l'utilizzo dei kamikaze è l'unico sistema per battere i sionisti». Sì perché il gruppo libanese «non riconosce la legittimità di Israele» e di quel Paese è il più acerrimo nemico, proprio perché nato contro la presenza militare israeliana in Libano.
La sua battaglia contro Gerusalemme - intrapresa con l'aiuto logistico, finanziario e militare di Iran e Siria - Hezbollah l'ha combattuta con varie armi. Oltre al terrore, i sequestri. Il più noto, prima di quest'estate di sangue: quello di Elhannan Tenenbaum, ex colonnello israeliano, membro del Mossad e uomo d'affari, tornato libero nel 2004, grazie alla mediazione di Berlino, solo dopo uno scambio con 36 prigionieri fra membri di Hezbollah e palestinesi.
E poi le azioni firmate da Imad Fayez Mugniyeh, l'uomo senza volto, il rappresentante del braccio armato più sporco e pericoloso del movimento. Il suo nome, insieme a quello di Bin Laden, è fra i due eccellenti nella lista dei 22 terroristi più pericolosi del mondo, stilata dall'Fbi. Solo dopo molti anni gli Stati Uniti scoprirono che era stato Mugniyeh l'artefice del dirottamento del volo Twa 847. Era il 1985, a bordo del velivolo diretto da Atene a Roma c'erano numerosi cittadini americani. L’aereo non arrivò mai nella capitale italiana: stazionò per 17 giorni a Beirut, fino a quando i tre dirottatori spararono alla nuca e scaraventarono fuori dal portellone un giovane marine americano, Robert Stethem. Da allora Mugniyeh, di cui già ai tempi del dirottamento non esistevano immagini pubbliche, è fra gli introvabili: secondo la Cia si sarebbe sottoposto a due plastiche facciali. Ci sarebbe la sua mano anche dietro al rapimento dei due soldati israeliani che ha scatenato la nuova guerra in Libano.
Hezbollah, insomma, non ha mai risparmiato le sue vittime: israeliani, statunitensi o «collaborazionisti». Non lo ha fatto in nome della battaglia per la traformazione del Libano in uno stato confessionale islamico e in nome dell’antisionismo che è alla base della sua fondazione. Questo spiega le ragioni dell’alleanza con la Jihad islamica e con Hamas. Già nel 2001, a un anno dal ritiro israeliano dal Libano, il leader Nasrallah chiedeva ai suoi uomini, perfettamente addestrati e armati di nuovi missili terra-terra iraniani, di «tenersi pronti psicologicamente e materialmente» a unirsi all’Intifada palestinese, coniando un nuovo slogan: «Oggi abbiamo liberato il Libano del sud, domani la Palestina». Per questo e per altre ragioni Hezbollah non ha mai rispettato il disarmo previsto dalla risoluzione Onu 1559 del 2004.
In nome della liberazione della Palestina e dell’«odio antisionista», per anni il movimento libanese ha intrapreso lo stillicidio del lancio di missili su kibbutz, paesi e città della Galilea, la terra di confine. In 34 giorni di guerra, sono oltre 3.500 i razzi lanciati contro Israele. Una ragione di più per giustificare l’inserimento di Hezbollah nella lista dei gruppi terroristici stilata da Stati Uniti, Regno Unito, Paesi Bassi, Canada, Israele e Australia.