Scia di sangue in Russia: ucciso un altro giornalista Sergei Protazanov, 40 anni, denunciava brogli elettorali e affari poco chiari sul quotidiano di un sobborgo di Mosca

Se mai li aveva abbandonati, la paura è tornata prepotente fra i giornalisti russi e gli attivisti per i diritti umani. Dopo che anche il presidente Dmitry Medvedev aveva ammesso che in Russia ci sono stati omicidi politici che hanno visto vittime dei giornalisti, l'opinione pubblica della terra degli zar è stata colpita da altri due casi: la morte di Sergei Protazanov, un giornalista-tipografo-impaginatore del giornale «Il Consenso Civile» del sobborgo moscovita di Khimki e l'aggressione a Lev Ponomariov, leader del movimento per i diritti umani russo, famoso nella capitale già dai tempi del regime sovietico.
«Ci sono stati omicidi politici, ne sono certo. Non in tutti i casi è così, ma in alcuni di sicuro», aveva detto Medvedev. E fra i casi controversi è destinato anche a rientrare quello della morte del quarantenne Protazanov: fonti investigative sostengono che sia morto a causa di un'intossicazione da farmaci, altri invece dicono che è successo tutto in seguito a un’aggressione subita domenica da parte di sconosciuti. E a sostenere questa tesi non ci sarebbero soltanto attivisti, ma anche una figura istituzionale come Oleg Mitvol, numero due del servizio russo per il controllo dell'ambiente. Perché proprio un problema ambientale sarebbe al centro del "giallo": la municipalità di Khimki e gruppi di ambientalisti si scontrano da mesi sul passaggio di un'autostrada. E a Khimki, già nei mesi scorsi, per gli stessi temi era stato minacciato Mikhail Beketov, direttore del quotidiano di opposizione Khimkinskaja Pravda («La verità di Khimki»). Minacce culminate in novembre con una feroce aggressione che lo ha mandato in coma e in seguito alla quale ha subito l'amputazione di una gamba. Ma alcuni sostengono anche che Protazanov stesse per pubblicare una sua inchiesta su presunti brogli elettorali.
È andata "meglio" a Lev Ponomariov, che è stato aggredito martedì sera a Mosca da "ignoti" ed è già stato dimesso dall'ospedale. Avvicinato col pretesto di una sigaretta, è stato malmenato e anche se le sue condizioni non sembrano gravi dovrà sottoporsi ad esami più approfonditi. «Quello che mi inquieta di più - ha detto la moglie - è che da tempo sosteneva di essere pedinato». Di certo Ponomariov è sempre stato molto critico con il Cremlino e nel passato aveva collaborato anche con Stanislav Markelov, l'avvocato difensore delle cause cecene, ucciso nei mesi scorsi insieme alla giornalista Anastasia Baburova della Novaya Gazeta, lo stesso giornale di Anna Politkovskaia. «Sono fermamente convinto che sia una vendetta e non la semplice aggressione di alcuni balordi - ha spiegato Ponomariov -. Al tempo stesso, tuttavia, non saprei dire chi potrebbe essere dietro a questo attacco su commissione, anche se sicuramente ho dato fastidio a qualcuno. Di certo non fermeranno la mia attività: non perché io sia un eroe ma perché è la mia vita», ha concluso auspicando che lo Stato intervenga per fermare le aggressioni. «L'aggressione contro Ponomariov è un segnale allarmante», ha commentato Aleksandr Verkhvski, direttore dell'ong Sova. E gli ha fatto eco Tatiana Lokshina, responsabile della sede di Mosca dell'organizzazione statunitense Human Rights Watch: «È vergognoso, questo incidente testimonia che l'atmosfera nella quale opera la società civile russa è inaccettabile». Se sia inaccettabile anche per le autorità, lo dimostreranno le prossime azioni di Medvedev e Putin. Quel che è certo è che nei giorni del G20 l'immagine della Russia si appanni di nuovo.