Scialoja, un corpo a corpo con la pittura

Alla Galleria dello Scudo l’ultima stagione dell’autore romano E il suo scontroso amore per la vita

«La pittura serve a vivere, non a contemplare o a contemplarsi» ha scritto Toti Scialoja. Quella vitalità si ritrova in tutte le sue opere, da quelle degli anni Cinquanta, segnate precocemente dalla comprensione dell’Action Painting, alle ultime, realizzate nel 1997, pochi mesi prima della morte. Senza escludere le famose Impronte, iniziate nel 1957 e sviluppate per quasi un decennio: una serie di segni che sembrano cicatrici e che, anche se sono ordinati in una sequenza più regolare, conservano una dimensione esistenziale.
Scialoja (Roma 1914-1998) dipinge la vita, ma al tempo stesso riflette sulla vita. La sua arte è un’azione che, paradossalmente, si traduce in meditazione. Tutta la sua opera, certo, nasce da un corpo a corpo con la pittura, da un entrare nella tela e viverci dentro. Tuttavia quella energia vitale si fonde sempre con una dimensione di consapevolezza, insieme felice e disperata. C’è nella sua pittura un andare che non conosce quali saranno gli approdi, anzi non sa nemmeno se ci saranno. Ma c’è anche uno scontroso amore per l’esistenza: come se, in assenza di risposte certe, l’unica legge accettabile fosse quella della vita stessa, che non chiede il permesso per vivere. Intendiamoci: dell’esistenza Scialoja coglie tutta la terribilità. La sua visione delle cose non è affatto irenica o edenica. E tuttavia riesce ad accettare e perfino ad amare quella terribilità, proprio grazie alla pittura. «Di fronte alla demente ferocia della vita, la pittura costruisce una altrettanto feroce, forse stupefatta immortalità» scrive lui stesso.
A Scialoja, e all’ultima stagione della sua pittura, è ora dedicata una solida mostra alla Galleria dello Scudo di Verona, a cura di Rolf Lauter e Marco Vallora (fino al 28 febbraio). L’antologica è accompagnata da uno straordinario libro-catalogo (Skira) di quasi trecento pagine, con vari contributi di critici e scrittori.
L’ultima stagione dell’artista è, in realtà, come la prima. Come nota Marco Vallora, Scialoja ha sviluppato «con ferrea coerenza un’unica e conseguente idea della pittura in perenne ridiscussione». Così nelle opere esposte a Verona non si nota nessuna epigonalità, nessuna senilità, e quello che risalta è un’immutata energia, resa forse ancora più intensa dalla lunga pausa che Scialoja si era concesso, lungo gli anni Settanta, in cui si era dedicato soprattutto alla poesia. Già, perché Scialoja è stato anche un poeta di deliziosa cantabilità, capace di ritmi lievi e accorati, falsamente semplici, come i suoi versi forse più noti («Il sogno segreto dei corvi di Orvieto/ è mettere a morte i corvi di Orte»).
In catalogo, tra l’altro, è ricostruita con cura la sua attività poetica, sono indagati i suoi legami con scrittori e intellettuali, è ripubblicata la sua corrispondenza con molti protagonisti della letteratura contemporanea. In una trama di rapporti che riserva continue sorprese.