Gli sciamani dell’alleanza contro natura

Sono anni che sperano di rispolverare, con un’operazione antistorica e senza basi, il Cln, quel Comitato di liberazione nazionale architrave della lotta al fascismo. Adesso ci provano Bersani e la Bindi con una proposta contro natura: imbarcando Fini, uno che ha fatto carriera con il fascismo. Nemmeno Prodi con la sua Unione si era spinto dove osa il Pd. Senza vergogna. L’importante è fare marketing e raccontare al mondo che Berlusconi è il regime. E loro, Bersani, Bindi, Fini, D’Alema, Veltroni, Di Pietro, Casini, Vendola, rifondaroli comunisti, giacobini con la forca in mano, democristiani sprovveduti, radicali in cerca d’identità, sono i liberatori. È così che il (..)
(...) delfino di Almirante scopre di essere stato, in fin dei conti, sempre di sinistra, mette in cantina una storia politica, la manda al macero, la cancella, la ripudia e la violenta, pur di abbattere quello che per sedici anni è stato il suo alleato, l’uomo che lo ha sdoganato, portandolo fuori dalle secche del post fascismo, quando ancora Bersani e compagni gridavano: «Uccidere un fascista non è un reato».
Ma questa è una stagione dove la coerenza e il passato non sono più una virtù. Ci sono alleanze che sanno di finto, che sono innaturali come un’insalata di plastica. Quella tra i finiani, i nuovi Fli dello scisma pidiellino, e la gioiosa macchina da guerra del Pd e dei suoi alleati ha proprio questo sapore artefatto, un’operazione commerciale che ha come ragione sociale l'odio verso una sola persona. Andranno alle elezioni per dire che Berlusconi se ne deve andare. E dopo? Comanderanno loro. Ancora una volta liberi di dividersi la torta, di ridare ossigeno alle vecchie oligarchie, convinti di aver messo tra parentesi questi sedici anni di voti sbagliati. Il loro obiettivo è correggere le scelte degli italiani. Così in nome della democrazia metteranno insieme un’ammucchiata di antidemocrazia. Lo scenario migliore sarebbe quello di far fuori il Cavaliere senza neppure passare dal voto, in questi casi non c’è nulla di meglio di un bel governo tecnico, istituzionale, di garanzia, magari con la scusa delle riforme. Ma se proprio si deve andare alle elezioni allora sono già pronti a mettere in scena la grande demonizzazione. Tutti contro Berlusconi l’apostata. E così sia.
E dopo? Dopo si vede. Ci si spartisce il bottino. La missione impossibile del Pd sarà parlare a un popolo che credeva di aver già conosciuto il peggio della sinistra, fargli capire che il fine giustifica il mezzo. Dovranno raccontare la favola che il poster che immortala il saluto romano di Fini è uno squallido fotomontaggio, mentre la Bossi-Fini soltanto un incidente di percorso. Sulla questione morale, invece, nessun problema: Fini la pensa come i compagni, è al di sopra delle parti, sono gli altri che devono giustificarsi. La grande fatica di Fini sarà quella di convincere gli elettori di destra a votare gente come la Bindi, Vendola e D’Alema. Sarà necessario resettarli tutti. Bisogna spiegargli che Di Pietro non è un furbo azzeccagarbugli, che Casini non è un democristiano, che la Bonino non ha mai fatto abortire nessuno. Il bello è che Fini non dovrà neppure spiegare dove è stato in questi sedici anni. Nessuno gli chiederà conto di nulla. L'extraterrestre può tranquillamente atterrare su questo pianeta azzurro e sostenere che la sua politica ha sempre avuto un «non so che di sinistra». Quando poi gli chiederanno: ma lei non è il cofondatore del Pdl? Fini dirà: forse l’ho fondato, ma non ho mai preso la tessera e neppure pagato quote d’iscrizione. Come Veltroni che rivelò di non essere mai stato comunista. Ma solo dopo la caduta del muro. Uomini che hanno fatto della coerenza una bandiera. Ma forse sotto il cuore nero di Fini c’è sempre stata una Bindi. Bastava scartavetrare un po’ e, oplà, un’altra metamorfosi è completa.