Sciarra: «Utile il nostro viaggio in Cina»

Caro Direttore
ho fatto parte, con orgoglio, della delegazione di cineasti italiani che ha incontrato i vertici della cinematografia cinese, la scorsa settimana a Pechino. Ero lì, unico regista italiano, a nome della associazione di cui mi onoro di appartenere, Api: Autori Produttori Indipendenti, che ha organizzato e pagato il seminario congiunto, primo momento di conoscenza reciproca. Il nostro presidente, Angelo Barbagallo, uno dei produttori italiani più rappresentativi in Italia e all'estero, era con noi a guidare la delegazione. Non riesco a ritrovarmi pienamente nell'articolo scritto dalla signora Romani, peraltro desunto da due miei articoli pubblicati su Cinecittà News, che ospita spesso mie «corrispondenze» semiserie (sono regista e non giornalista). Quindi alcune precisazioni. Come riporto nel mio articolo, un produttore italiano che faceva parte della delegazione ha firmato il primo contratto di coproduzione con un produttore cinese, lo stesso giorno del seminario. È un evento che potrei definire epocale, perché il film vedrà coinvolti italiani e cinesi già dall'ideazione! A seguito degli incontri avuti durante il seminario, due produttori e distributori cinesi, con cui io e il mio produttore Cerri abbiamo preso contatto, ci hanno poi scritto dicendo che il seminario è stato per loro importantissimo, li ha spinti a voler conoscere meglio la nostra attuale cinematografia, ci hanno chiesto di inviare i nostri film, vogliono incontrare i venditori esteri di film italiani nei prossimi festival. Quindi, si è aperto un importante canale di comunicazione e scambio. E, cosa più importante, la delegazione ufficiale, presieduta dal dottor Blandini, è finalmente riuscita a dare attuazione all'accordo di coproduzione tra Italia e Cina che, avviato dall'allora ministro Urbani, era stato bloccato dal Parlamento italiano per ben 2 anni e mezzo. Un accordo di coproduzione internazionale non è «cinema assistito», ma strumento per agevolare i produttori, quelli indipendenti, liberi imprenditori del nostro Paese, e quelli dell’economia più interessante dei nostri giorni, la cinese, a metà del guado tra comunismo e libero mercato. Se la Fiat avesse firmato un contratto per un nuovo stabilimento in Cina, tutti ne avremmo gioito! Questi mi sembrano dati che i vostri lettori devono conoscere. A noi poi, come abbiamo sempre fatto, cercare di realizzare film che siano sempre più belli ed accattivanti non solo per il nostro pubblico, ma anche per quel potenziale mercato di un miliardo trecento milioni di persone che fanno gola a tutta l'industria italiana, non soltanto al cinema. Adesso, dopo i tre giorni in Cina, questo è molto più realistico che possa avvenire. Grazie per l'ospitalità.
Maurizio Sciarra

Gentile Sciarra,
le sue corrispondenze online mi furono utili per scrivere notizie, che non contesta perché incontestabili. Nel mio articolo esprimo poi opinioni personali con le quali capisco lei possa non essere d'accordo. Cordialità.