La scienza diventa show: Margherita Hack fa l’attrice

A 83 anni la celebre astrofisica debutta in teatro a Milano: un’indagine sul cosmo con ballerini e filmati

Enrico Groppali

da Milano

Basterebbe il suo viso insolito, illuminato da quegli occhi chiari come un cielo di primavera vòlti sull’ascoltatore a fare di lei un personaggio straordinario. Una fata di lontanissime ascendenze, che adesso, dopo aver raccolto fama universale con gli studi di astrofisica, porta coraggiosamente sulla scena i suoi ottantatrè anni d’esperienza stellare in uno spettacolo talmente insolito (in tournée in venti città con esordio mercoledì al Teatro Carcano di Milano) far gridare al miracolo prima ancora di averlo visto. Ma per lei, Margherita Hack, che ha diretto per anni l’Osservatorio astronomico di Trieste, tutto questo è assolutamente normale, e a stento - dipendesse dalla sua volontà - meritevole di un commento. Non è vero, dottoressa Hack?
«Non mi faccia dire ciò che non penso, non ho pensato e mai penserò. Dato che, tanto per chiarire, già il titolo dello spettacolo - La scienza nello show - dovrebbe mettere in guardia da spiacevoli fraintendimenti presentando me stessa nella veste abituale di indagatrice del cosmo».
Ma a cosa si riduce il suo intervento? A una conferenza continuamente interrotta da suoni e immagini come un’esibizione al Planetario?
«L’idea di portarmi di peso sulla scena non è mia ma di un’ attrice intelligente e sensibile come Sandra Cavallini che, dopo aver letto il mio libro Sette variazioni sul cielo, ha voluto ad ogni costo convincermi a questa prova».
In cosa consiste questa inedita mediazione spettacolare? «Sandra, con l’aiuto determinante del regista Fabio Massimo Iaquone, danza, si muove, recita in uno spazio vuoto, a volte più cupo di un cielo da cui è assente la luna, a volte solcato dal riverbero sanguigno del sole. Immagini oniriche e immagini spettrocospiche si avvicendano a solcare il palco. Un luogo che per noi non è il simbolo dell’universo ma la rappresentazione mentale del multiuniverso».
Multiuniverso... che significa?
«Oggi sappiamo che la nostra è solo una delle innumerevoli galassie, e siamo coscienti dell’infinito in una misura assolutamente impensabile dai nostri progenitori. Possiamo quindi affermare che, con ogni probabilità, l’universo in cui viviamo non è che uno dei molti immaginabili. Ciò che io chiamo multiuniverso è questa immensità illimitata in cui l’uomo sembra quasi sparire. Un quid che nemmeno il magico artificio dello schermo può imprigionare ma che, forse, il teatro può riuscire perlomeno a suggerire».
In che modo?
«La danza contemporanea e i suoni sperimentali sono gli unici veicoli che ci consentono, al di là della comunicazione scientifica tradizionale, di raccontare l’origine dei corpi stellari, l’evoluzione del genere umano e persino il risulta- to dei nostri calcoli sul movimento degli astri sensibilizzan- do il pubblico e, mi auguro, divertendolo».
Cosa ha imparato da questa nuova esperienza?
«Il valore degli accostamenti! Pensi che il regista, vedendomi alle prese con le parole e coi gesti in un angolo del palco, ipotizza - e l’ha scritto nel programma di sala - che io, Margherita Hack, sia addirittura l’equivalente della prima donna, Eva».
In che senso, se è lecito?
«Iaquone, che è un ammiratore del Diario di Eva, il monologo satirico di Mark Twain, dice che guardando me gli è venuto in mente quel passo del libro in cui la consorte di Adamo crede di poter raggiungere la luna avvicinandosi a larghe falcate all’astro che splende nelle nostre notti».
Ma Eva non ce la fa, non è vero?
«Certo che no, perché la luna ai suoi occhi si allontana sempre più. Mentre io, secondo lui, sono sulla buona strada».
Forse perché proviene da una famiglia dedita alla teosofia?
«Tutto questo esula dal discorso, mentre invece vi rientra, a pieno titolo, Aristarco, il primo che abbia ampliato i confini dell’universo. Non come la signora Moratti che, con la sua riforma, condanna i futuri cervelli dell’astrofisica all’emigrazione se non vogliono vegetare nel precariato».