Gli scienziati: «Dobbiamo riaprire le centrali nucleari»

I massimi esperti di fonti energetiche a Rimini ospiti del centro Pio Manzù

Guido Mattioni

nostro inviato a Rimini

Qualcuno accenda la luce, ma lo faccia presto. «Perché nel 2030, in tutto il mondo, ci saranno ancora un miliardo e 400mila persone costrette a vivere senza elettricità», annuncia allarmato Noé Van Hulst, direttore delle politiche di lungo termine dell'Aie, l'Agenzia internazionale per l'energia. E la «filosofia» delle anime belle, che vorrebbero rinunciare al nucleare sperando magari di «sostituirlo con le energie rinnovabili, è un assurdo. Sarebbe come andare in battaglia con un braccio legato dietro la schiena». Parola di Ian Fells, uno che di queste cose ne mastica, presidente qual è proprio del Centro energie rinnovabili del Regno Unito.
E che l'opzione dell'atomo sia «una necessità» lo ribadisce Hermann Franssen, presidente dell'International energy associates di Washington. «Se si crede al surriscaldamento del pianeta, come fa l'Europa, non c'è altra soluzione che puntare anche su questa fonte», dal momento che «le energie rinnovabili non bastano a colmare il vuoto che si creerà con l'eliminazione di alcune fonti fossili per rispettare gli impegni presi sulle emissioni». Arriva da Rimini, dove da ieri è in corso la trentunesima edizione delle Giornate di studio del centro Pio Manzù dedicate al futuro dopo il petrolio (ribattezzato «L'Anima dell'impero») un'accorata difesa della scelta nucleare come fonte pulita e a basso costo. Arriva senza divisioni, da tutti i maggiori esperti del settore. Arriva quindi documentata, oggettiva, senza filtri ideologici. E arriva infine proprio all'indomani della presa di posizione del ministro italiano per le Attività produttive Claudio Scajola, che ha ribadito come l'argomento vada affrontato «senza tabù né dogmi». Non hanno dubbi, gli esperti. E hanno un'unica certezza: bisogna fare in fretta, l'Occidente non ha più tempo da perdere anche perché il resto del mondo non se ne sta di certo con le mani in mano. Così, per esempio, uno dei nuovi giganti dell'economia internazionale, la Cina, dopo aver fatto volare nel mondo i prezzi del petrolio e del carbone per placare i morsi della propria bulimia energetica, ha pianificato la costruzione di una o due centrali atomiche ogni anno per i prossimi 15 anni. E piani di sviluppo della produzione di energia dal nucleare sono stati avviati anche in Giappone, Taiwan e Corea del Sud, Paese alimentato al 40% dal nucleare e che aggiunge ogni anno 1000 megawatt di energia prodotta con la fissione dell'atomo. Il fattore tempo, spiega ancora il presidente del Centro britannico per le energie rinnovabili, invitando una volta di più l'Occidente a non perdersi in defatiganti riflessioni, si giustifica anzitutto con il rischio di potersi ritrovare, nel futuro, in serie difficoltà di approvvigionamento di materia prima: l'uranio. La Cina da sola, dice, «per il suo programma di espansione di produzione dall'atomo richiederà l'intera fornitura dell'Australia, il Paese che detiene il 40% delle riserve mondiali» del minerale necessario alla fissione. Ma la fretta, una volta tanto buona consigliera, è giustificata anche dalla necessità di correre ai ripari per invertire i preoccupanti mutamenti climatici provocati dal surriscaldamento del clima, conseguenza diretta delle emissioni di biossido di carbonio. E la recente stagione di disastrosi uragani, culminata con lo scempio di New Orleans e peraltro non ancora conclusa, ce lo ha eloquentemente ricordato. «In termini di rischi di gestione, la probabilità di un incidente nucleare è insignificante rispetto ai rischi che si pongono con i cambiamenti climatici», aggiunge Fells ribadendo come «l'unica provata tecnologia pulita per produrre elettricità rimane quella nucleare». Soprattutto dal momento che l'oggettiva «debolezza» delle energie rinnovabili non garantirebbe di colmare il vuoto che si verrà a creare eliminando l'uso delle fonti fossili. Basti dire, ricorda l'esperto inglese, che per fare il lavoro di una media centrale nucleare sarebbero necessarie 2.400 grandi turbine eoliche da 2 megawatt ciascuna. Senza poi dimenticare, aggiunge, «che nei Paesi del Nord Europa c'è totale assenza di vento per almeno due mesi all'anno».