La scimitarra fiscale

La prima cosa da fare parlando di tasse è di evitare le crociate e il giustizialismo fiscale. Forze politiche responsabili non possono utilizzare il Fisco come una scimitarra, né il governo di centrosinistra può immaginare di indicare nel ceto medio, che vota prevalentemente i partiti moderati, la fonte unica di una evasione fiscale di massa. Lo ha capito e denunciato molto bene lo stesso ministro Mastella. Su questa linea, infatti, lo scontro da cortile rischierebbe di essere inevitabile, con un enorme danno per il Paese. È il caso di dire che sull’evasione fiscale chi è senza peccato scagli la prima pietra. La sinistra, infatti, nella sua petulante criminalizzazione del condono, dimentica che quanti hanno messo mano alla tasca nel 2004 per pagare ciò che il condono prevedeva, altri non erano che gli evasori del quinquennio del centrosinistra (’96-2001). Gli evasori, insomma, non hanno patria, e nessuno può attribuirli esclusivamente all’area del lavoro autonomo, dimenticando l’industria, i servizi, le cooperative, il doppio lavoro e le grandi fortune finanziarie. Se ci sono i furbetti del quartierino, è anche vero che ci sono i furboni dei quartieroni dei quali quasi nessuno parla. Niente crociate, dunque, e niente attribuzioni generalizzate dell’evasione fiscale.
La seconda cosa da fare, conseguente alla prima, è l’approccio razionale alla lotta all’evasione e alla ridefinizione di un equilibrio diverso tra tassazione sul lavoro, sul capitale produttivo e su quello finanziario, oltre che tra tassazione diretta e indiretta. Che significa, ad esempio, immaginare un’aliquota unica del 20 per cento sulle rendite finanziarie mettendo insieme titoli di Stato, azioni, obbligazioni e depositi bancari? Tassare le plusvalenze azionarie al 20 per cento può anche essere giusto, vista la eccessiva finanziarizzazione della nostra economia e le ricorrenti bolle speculative in Borsa, fermo restando che nel caso specifico verrebbe comunque tassata una nuova ricchezza prodotta. Altra cosa, però, sono le obbligazioni a tasso fisso pubbliche (Bot e Cct) e private sulle quali un aumento della tassazione si trasformerebbe in poco tempo in un aumento del rendimento. Un peso in più per la finanza pubblica con l’aumento della spesa per interessi e una difficoltà in più per le aziende che vogliono approvvigionarsi sul mercato dei capitali, sottraendosi alla signoria opprimente del sistema bancario che dà i soldi solo a chi è nel giro, come dimostreremo in altra occasione. Alla stessa maniera è e resta un errore l’obbligo di pagare esclusivamente con assegno o carta di credito qualunque prestazione professionale che si riceve, senza poterne dedurre la spesa. Un obbligo, questo, poliziesco sganciato dal contrasto d’interessi che finirà col produrre una spinta al pagamento in nero e in contanti perché nessuno vorrà fare «uno sgarbo» al suo commercialista, al suo medico, al suo idraulico in cambio di niente. L’obbligo della ricevuta largamente evaso ha le sue radici proprio nella mancanza di una «rete» di contrasti d’interessi che nel loro concatenarsi potrebbero dare a tutti la possibilità di dedurre spese lasciando emergere, e così tollerare, nuova massa imponibile.
Terza cosa da non fare è quella di dare la sensazione netta che, con la scusa di controllare i redditi, in realtà si vuole controllare la vita. L’anagrafe tributaria può essere una cosa giusta, ma dipende da ciò che ci si mette dentro. Se si inseriscono, ad esempio, costi quotidiani che già pesano sulle persone fisiche (la spesa al supermercato, l’idraulico, il ristorante, il medico, le medicine e via di questo passo) solo per dedurre un loro reddito fiscale più alto, non si fa una cosa equa perché, come si dice in gergo popolare, si getterebbe «sul cotto acqua bollente». E, inoltre, si avvierebbe così un controllo di massa della vita di ciascuno in maniera invasiva e intollerabile.
Altra cosa, naturalmente, è l’anagrafe tributaria per le persone giuridiche che si dovrà accompagnare, tra l’altro, a un disboscamento delle mille agevolazioni fiscali alle cooperative, che ormai si muovono come veri e propri colossi in molti settori produttivi. Chi vuole, insomma, mettere mano a una nuova riforma del fisco evitando i rischi che abbiamo sin qui descritto o quelli di nuove tasse incompatibili con la legislazione comunitaria come l’Irap, deve muoversi con cautela, portandosi dietro sempre la saggezza del dubbio, piuttosto che cedere all’orgoglio di certezze accademiche o di classe. Queste ultime sono fonte di crociate poco nobili o di risse molto volgari, in particolare in una stagione in cui la tentazione di aumentare la pressione fiscale sarà sempre più forte, con il rischio di arrestare quel poco di crescita che da qualche tempo fa capolino nel Paese.