Scintille tra Lega e Udc ma dietro le quinte si lavora a un’intesa

Il Carroccio tuona: "Non può governare chi ha perso le elezioni". La
realpolitik impone però di tenere aperti i canali del dialogo

Roma - In una gerarchia leghista degli spettri da fugare, al primo posto c’è il governo tecnico, ma subito dopo il «galleggiamento». Il pericolo che la Lega vede dietro l’angolo, anche con l’incasso della fiducia tra tre settimane, è che la maggioranza dipenda da qualche voto in più e che il logoramento del governo continui. La soluzione che la Lega firmerebbe subito resta ancora il voto (Bossi l’ha ripetuto qualche giorno fa: «Berlusconi andrà avanti, ma io preferirei andare alle elezioni»), però in alternativa non si escludono percorsi che permettano alla coalizione di proseguire il cammino, senza l’ansia perenne dei numeri. I canali diplomatici con finiani e Udc sono aperti, anche se tra leghisti e centristi l’amore non c’è, ed è impossibile far finta che non sia così. Solo qualche mese fa il segretario federale aveva dato dello «stronzo» al leader Udc, che in compenso nelle ultime 48 ore è andato giù pesante sulla Lega («Non mi piace») e sul federalismo («fa solo confusione»). Insomma il matrimonio è impensabile, ma una convivenza forse sì, anche se nella diffidenza reciproca.

Però siamo immersi in una fase di puro tatticismo, per cui dopo l’attacco di Casini, che mentre tende la mano al Cavaliere tira un pugno al Carroccio, la reazione della Lega non può che essere altrettanto ferma. E allora si incarica Maroni di escludere che «chi ha perso le elezioni possa far parte del governo», ribadendo che se la maggioranza «non è più in grado di governare, si deve tornare davanti a popolo sovrano», «un governo d’armistizio? Questa mi mancava...». Una bocciatura irrecuperabile di ogni ipotesi di allargamento all’Udc, ma è questo il volto che la Lega deve tenere pubblicamente, duri e puri e senza compromessi. In realtà un conto è il messaggio che si lancia all’elettorato leghista, ferocemente anti-Udc, altro conto sono i ragionamenti da realpolitik di cui il Carroccio, partito più vecchio del Parlamento, è ormai esperto. Con l’Udc vale la stessa linea che si tiene coi finiani: nessuna preclusione ideologica a collaborare, ma a precise condizioni e garanzie sulle riforme che la Lega deve portare a termine. Poi non è considerata accettabile, nel Carroccio, una anche vaga idea di ridefinire il peso nordista dentro la coalizione, e se questa fosse la richiesta di Casini il dialogo sarebbe tranciato all’istante.

Insomma, siamo alla prova dei muscoli in pubblico, ma dopo le scazzottate sul palco i leghisti sanno prendere da parte l’avversario e scambiarci due chiacchiere come niente fosse. Ci si studia, in attesa che il quadro si chiarisca con mosse più nette. Un modo per contarsi sono le scadenze parlamentari di questa e della prossima settimana. Alla Camera arriverà la mozione sul pluralismo nei tg Rai (oggi) e quella di sfiducia per il ministro Roberto Calderoli. Due iniziative che serviranno da test per monitorare il comportamento dei centristi di Casini (e quello dei finiani). Stessa cosa per la riforma dell’Università, calendarizzata per domani e mercoledì, e per la sfiducia a Bondi, settimana prossima. Piccole prove di lealtà a futura memoria.

Quanto alle critiche centriste sul federalismo, la Lega si ricorda che «con l’Udc abbiamo collaborato sulla devoluzione in passato - spiegano fonti parlamentari leghiste - e il dialogo potrebbe riprendere quando arriverà il turno del federalismo costituzionale». Presto, subito dopo l’approvazione del federalismo fiscale. A quel punto il tavolo a cui sedersi insieme all’«infido» Pier, sarebbe molto più comodo.