Sciogliere i nodi con una vera riforma

In queste ore l’Italia si interroga su cosa faranno i senatori Luigi Pallaro e Sergio De Gregorio o qualche ultimo giapponese del comunismo nostrano come il senatore Turigliatto. Dai loro comportamenti dipende la vita del governo che peraltro politicamente è già morto. Mai si era giunti così in basso nella storia della Repubblica. Nello sconforto del Prodi bis, c’è, però, uno spiraglio di luce. Cresce e fa proseliti l’idea che bisogna tornare ad un sistema proporzionale, fosse anche quello tedesco, per restituire al Parlamento la libertà di decidere sulle alleanze politiche. Sarà questo il passaggio che ci porterà da una interpretazione sudamericana della democrazia a quella europea nella quale è il Parlamento il luogo dove si formano e si disfano le alleanze politiche. E il risultato sarà che nessuno più può ricattare l’altro perché in ogni Parlamento possono esserci alleanze alternative.
Pensiamo a ciò che è accaduto ultimamente in Germania quando dopo una campagna elettorale senza esclusione di colpi, il Partito socialdemocratico di Schröder ha preferito fare una alleanza con i democristiani della Merkel piuttosto che farne una con i comunisti di Lafontaine. A pensarci bene la Germania ha scoperto oggi quel che l’Italia scoprì nel 1961 quando Dc e Psi iniziarono una collaborazione trentennale avendo all’opposizione comunisti e missini. Ma torniamo allo spiraglio di luce che si è aperto in queste ore con il famoso sistema elettorale tedesco, un proporzionale con la soglia di sbarramento e l’eliminazione di quel maggioritario che ha frantumato l’Italia politica come diciamo da dodici anni a questa parte. In questo nuovo percorso per una riforma del sistema politico va però sfatato un mito. Si dice da parte di molti politologi e dai referendari che bisogna mettere fuori gioco i partiti piccoli perché responsabili della frantumazione politica.
Una soglia di sbarramento al 5 per cento, ad esempio, li farebbe fuori tutti. Questo modo di ragionare inverte il rapporto tra causa ed effetto. La intollerabile frantumazione politica italiana, quella che noi definiamo il mondo di Lilliput, non è dovuta alla responsabilità dei piccoli partiti, quanto piuttosto alla incapacità dei grandi partiti di essere veramente partiti di massa (solo Forza Italia supera abbondantemente il 20 per cento). Anche nella Prima Repubblica c’erano partiti del 2 e del 3 per cento (il Partito liberale, quello socialdemocratico e quello radicale) ma nell’alleanza di governo di centrosinistra ce n’erano due, la Dc e il Psi, che insieme già arrivavano al 45 per cento. E di lì era facile raggiungere la maggioranza assoluta. Oggi Ds e Margherita sono intorno al 30-32 per cento. Il problema, quindi, risiede tutto nella difficoltà dei grandi partiti ad essere partiti di massa. E una ragione c’è. L’Italia degli ultimi quindici anni ha ritenuto di scoprire, unico Paese in Europa, l’inutilità delle grandi culture politiche.
Abbiamo avuto il più grande Partito comunista d’Occidente che insieme ai socialisti di Craxi raggiungeva il 45 per cento dei consensi ed oggi i suoi eredi, o larga parte di essi, dicono che non c’è più bisogno di una cultura politica socialista. Blair, Zapatero, Ségolène Royal, i socialdemocratici tedeschi e tanti altri evidentemente sbagliano. Abbiamo avuto il più grande partito democristiano d’Europa, è italiano l’attuale presidente dell’Internazionale democristiana (Casini) ma si dice che non si può più avere una Democrazia cristiana italiana. Merkel, l’austriaco Schüssel, Aznar, Junker e i democristiani di Olanda, del Belgio e dei Paesi dell’Est evidentemente sbagliano anch’essi. Guarda caso, però, in tutti questi Paesi che non hanno abbandonato la propria cultura politica di riferimento, vi sono almeno due partiti che da soli raggiungono il 38-40 per cento dei consensi. Morale della favola: i nodi politici devono essere risolti dalla politica. Un sistema elettorale può aiutare la politica a scioglierli, ma non si può sostituire ad essa. Quindici anni di transizione sono troppi anche per un Paese paziente come l’Italia e prima si fa la riforma del sistema politico, e meglio è per tutti.