Scioperi, perché la Cgil ricorre alla Commissione di garanzia

Nicoletta Rocchi*

Nei giorni scorsi Maurizio Sacconi ha dedicato un articolo di commento al ricorso con cui le confederazioni sindacali hanno impugnato una delibera della Commissione di garanzia sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali. Bisogna riconoscere che le argomentazioni di Sacconi sono suggestive ma non distaccate. Egli sostiene che la Cgil stia sferrando un’offensiva per «delegittimare» ed «intimidire», così facendo emergere la sua vocazione a privilegiare «il conflitto come aspetto fisiologico dei rapporti di produzione». Innanzitutto va sottolineato che ci siamo rivolti alla magistratura, usando gli strumenti che la democrazia e la ripartizione dei poteri ci mette, fortunatamente, a disposizione. Quindi, abbiamo rappresentato al giudice quella che riteniamo essere stata un’importante violazione della legge 146/90 che ha istituito proprio la Commissione di garanzia sugli scioperi. Quella legge, infatti, nel prevedere l’organismo di controllo degli scioperi, si preoccupa (ma questo Sacconi non lo scrive) che i suoi componenti siano nominati seguendo criteri di competenza e indipendenza politica. Nel rispetto di quella legge, finora sono stati nominati circa una trentina di membri-commissari che hanno consentito il controllo sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali di questi ultimi 16 anni. Mai il sindacato ha avuto alcunché da eccepire sulla regolarità delle singole nomine e delle composizioni dei collegi.
Si chiede Sacconi come mai, nei confronti di due sole nomine la Cgil non sia riuscita a tenere sotto controllo la sua vocazione a delegittimare, intimidire e privilegiare i conflitti? Ebbene, ci siamo rivolti al giudice denunciando come i due membri in questione siano stati nominati senza alcuna competenza riconosciuta nei settori dei quali la legge espressamente vuole che siano esperti, ricordando che già al momento delle nomine nella primavera scorsa, a Camere praticamente chiuse, Cgil-Cisl-Uil espressero pubblicamente la loro contrarietà. A rigore, dunque, non è la funzione che la legge 146/90 attribuisce ai membri della Commissione ad essere a noi sgradita, bensì la assoluta mancanza, per alcuni membri della stessa, dei requisiti previsti dalla legge in relazione al compito istituzionale di cui sono investiti.
Il ricorso, peraltro, solleva svariati altri argomenti sulla dubbia legittimità della delibera in questione. In particolare, farà piacere a Sacconi saperlo, lamentiamo che la Commissione non abbia esercitato tutti i compiti che la legge le assegna in materia di prevenzione dei conflitti, al fine di evitare lo sciopero. Speriamo di aver chiarito ai lettori del quotidiano il Giornale la nostra posizione e, tuttavia, sempre nell’intento di meglio spiegare vorremmo volgere qualche ulteriore osservazione. In nome del «superiore interesse della produzione» qualcuno un giorno decise di crearsi un sindacato su misura, ma è un ricordo lontano. L’opzione pluralista è una scelta irreversibile e ha una conseguenza: la sincera adesione al pluralismo comporta il rispetto per la libertà di ciascuna organizzazione sindacale di autodeterminazione degli interessi dei lavoratori. Nell’esercizio di tale autodeterminazione, tutelata dal principio pluralista iscritto nella Costituzione, abbiamo deciso forma e contenuti del nostro ricorso al giudice. Infine due domande: il 99% degli scioperi è proclamato unitariamente dalle confederazioni Cgil, Cisl e Uil, ciò significa che anche Cisl e Uil mostrano una notevole propensione al conflitto? È un atto eversivo che mostra una tendenza fisiologica al conflitto rivolgersi al giudice e chiedere il rispetto delle regole da parte di tutti, sindacato e componenti della Commissione di garanzia?
*Segretaria confederale Cgil