Lo sciopero aggrava la crisi: costerà 360 milioni

Ecco la fetta di Pil che venerdì verrà sottratta al Paese se tutti gli iscritti della Cgil incroceranno le braccia. Si risparmieranno 120 milioni di stipendi, ma si perderà il triplo. <strong><a href="/a.pic1?ID=313120">Angeletti: &quot;Protesta inutile e contro le imprese&quot;</a></strong>. Epifani teme il flop e attacca Veltroni: &quot;L'opposizione sono io&quot;

Roma - È un po’ come organizzare una fiaccolata in mezzo al bosco, contro la piaga degli incendi. O mandare a letto senza cena un bambino inappetente. Perché l’Italia ha conosciuto proteste per tutti i gusti, ma di scioperi generali contro i crack finanziari internazionali e relative ricadute, fino a ora non se ne erano visti. E il motivo è lo stesso che ha spinto Cisl e Uil a non aderire: difficile reggere la contraddizione che comporta una cura - l’astensione dal lavoro - che aggrava il male - la crisi.

Perché una cosa è chiara: lo sciopero generale indetto per venerdì dalla Cgil, sottrarrà alle famiglie e al Paese una fetta di ricchezza. E in un periodo non particolarmente felice per i conti, pubblici e domestici. Certo, non siamo nell’ordine di grandezza dei patrimoni azzerati dai mercati finanziari; niente a che vedere nemmeno con il dramma che potrebbe vivere il Paese se davvero 900mila persone dovessero perdere il posto; previsione a tinte fosche della Cisl. Ma fa comunque una certa impressione pensare che la protesta in solitaria di Guglielmo Epifani, il secondo sciopero generale che la Cgil conduce senza Cisl e Uil dopo quello del 2002 sull’articolo 18, potrebbe facilmente sottrarre al Pil 360 milioni di euro.

Stima prudente, per difetto, che non considera tutti i costi accessori che una protesta del genere può generare. Viaggi nei mezzi pubblici annullati, rifornimenti a rischio, affari che vanno in fumo. Se si perdesse una giornata di Pil, cioè se tutto si fermasse veramente, il conto sarebbe di 6-7 miliardi. Se i militanti Cgil, incrociando le braccia, riuscissero nell’intento di bloccare anche solo parzialmente il Paese, il conto potrebbe tranquillamente superare il miliardo.

Limitandosi ai fatti, non si può fare altro che valutare il non lavoro dei 2,5 milioni di tesserati Cgil, che si presuppone obbediscano e aderiscano allo sciopero. Anche dando per scontato il fatto che l’articolazione meno estrema dello sciopero, quattro ore di astensione dal lavoro, «significa perdere comunque una giornata di lavoro», come spiega un sindacalista, il conteggio non è facile.
Il modo più corretto di pesare uno sciopero, spiega il direttore del Censis Giuseppe Roma, è considerare il «valore aggiunto» del lavoro. E cioè il contributo alla ricchezza del Paese che viene esclusivamente dall’attività dei dipendenti. Nel 2007 - stima Istat - è stato di circa 44mila euro all’anno per ogni lavoratore. Se si escludono le locazioni di fabbricati si arriva a 39.537 euro all’anno che divisi per le giornate di lavoro convenzionali, 286, danno la misura di quanto valga un giorno alla scrivania o in fabbrica: poco più di 138 euro. A tanto ammonta la somma che verrà sottratta al Pil da ogni scioperante. Moltiplicati per le tessere Cgil si superano i 358 milioni di euro. Ipotizzando l’adesione di tutti i lavoratori sindacalizzati si arriverebbe al doppio, ma si tratta di un obiettivo irraggiungibile per Epifani. Già allo sciopero generale del 2002 aderirono solo due milioni di persone. Ed è possibile che questa volta siano ancora meno. Le ultime proteste della sola Cgil, in particolare nel pubblico impiego, non hanno mai fatto il pienone; ormai nemmeno i metalmeccanici si lasciano tentare facilmente dalle sirene della lotta.

Il motivo non è ovviamente quello del Pil «sottratto» alla controparte. Il fatto è che con lo sciopero si deve rinunciare a una giornata di paga. In questo caso il conto è un classico: «se prendiamo 1.200 euro mensili - spiega presidente della Fondazione studi consulenti del lavoro Rosario De Luca - la convenzione consiste nel sottrarre un ventiseiesimo». Quindi 46 euro, sacrificate alla protesta. Quasi 120 milioni di euro sottratti alle buste paga. «Contro la crisi».