Lo sciopero che cambiò l’Europa

Tra il 14 ed il 31 agosto di venticinque anni fa in una città portuale ed operaia della Polonia la storia d'Europa ebbe una svolta. A Danzica gli operai dei cantieri navali entrarono in sciopero.
L'avvenimento non avrebbe costituito una novità in qualsiasi Paese occidentale, dove probabilmente in quel momento di scioperi ve ne erano parecchi e per le più svariate ragioni. In Polonia invece esso era un fatto straordinario, addirittura inconcepibile ed era stato originato dal licenziamento di una operaia, Anna Walentontynovicz, ufficialmente a causa della crisi economica. Ora in uno «stato dei lavoratori» non avrebbero dovuto esservi delle crisi, né dei licenziamenti. Eppure già quattro anni prima era stato cacciato dai cantieri un elettricista, Lech Walesa, che il 15 agosto tornò tra i suoi compagni per sostenerne le ragioni e per guidarne la lotta.
Alla fine di quel mese nasceva Solidarnosc. Sulla stampa polacca non apparve un minimo accenno a quel che stava accadendo. I dirigenti del partito e dello stato si illudevano di nascondere non soltanto ai cittadini, ma a tutto il mondo quello che era stato un fatto rivoluzionario.
La notizia fu però pubblicata in tutti i Paesi non comunisti. La lunga durata dell'astensione dal lavoro era solo paragonabile a quella del maggio francese, a scioperare erano stati diverse migliaia di operai, ma ciò che maggiormente colpiva erano le parole «sindacato libero». Non esistevano già in tutti i Paesi comunisti i sindacati? Certo, ma tutti sapevano che essi altro non erano che delle laide finzioni, che il loro compito consisteva nell'obbligare gli operai ad eseguire gli ordini del padrone, cioè del governo, anzi del partito.
Mai un sindacato in un Paese dell'est europeo aveva tutelato l'interesse di un lavoratore; tutt'al più se si era comportato bene gli aveva assegnato munificamente una settimana di vacanza sul Mar Nero o un viaggio-premio a Leningrado. In realtà i sindacati, i veri sindacati erano stati sempre visti con diffidenza, anzi con ostilità dai comunisti sin da quando all'inizio del secolo scorso Lenin si era scagliato contro la loro tentazione di chiedere dei miglioramenti economici e di accontentarsene invece di operare per distruggere il sistema capitalista. «Economicismo», era la parola con cui egli aveva bollato le tendenze sindacaliste nel movimento operaio. Ed aveva anche avuto espressioni di disprezzo per il sindacalismo-rivoluzionario di «quel confusionario di Georges Sorel». Mai, secondo Lenin, un sindacato avrebbe fatto una rivoluzione. Solo un partito come il suo ne sarebbe stato capace ed avrebbe avuto il diritto e il dovere di farla.
Come tante delle sue previsioni anche questa sarebbe stata smentita clamorosamente dagli avvenimenti e per di più ai danni del sistema che egli aveva creato. E il peggio fu che il movimento sindacale si sarebbe alleato e sarebbe stato sostenuto dalla religione: «economicismo» e «oppio dei popoli», questi due nemici del progresso e della storia, avrebbero distrutto l'impero e smentito l'ideologia che lo teneva in piedi.
La creazione di un sindacato libero, infatti, oltre a mettere il partito ed il governo polacco fuori gioco, costituiva la smentita a tutti i dogmi di Lenin ed anche a quelli di Marx. Essa dimostrava che i regimi che ad essi si ispiravano non erano dei lavoratori, ma loro nemici; che non c'è peggior padrone dello Stato, cioè dei burocrati che lo dominano e soprattutto che non è vero che i sindacati non siano capaci di distruggere un regime politico se questo è antidemocratico e oppressivo.
Nel 1980 fu esattamente quello che Solidarnosc riuscì a fare con quello sciopero in un cantiere navale del Baltico.