Lo sciopero è un errore: ma hanno ragione loro

I calciatori fanno bene a sbagliare. Lo sciopero è un errore, ovviamente. Perché non è uno sciopero e perché, anche se lo fosse, sarebbe una forma di protesta così stridente con il loro status da renderli comunque goffamente poco credibili. Però fanno bene, perché su un punto hanno ragione. I presidenti dei club vogliono che passi questo principio: a parità di ingaggio un calciatore non può rifiutare il trasferimento a un’altra squadra di analogo livello. Esempio: un giocatore del Milan non può rifiutare il passaggio alla Juventus se a Torino riceverà lo stesso trattamento economico.

I calciatori hanno ragione a dire no. Perché uno dev’essere trasferito in un altro posto di lavoro se non è d’accordo? A nessun altro professionista accade: a un giornalista del Giornale un direttore non può dire «dall’anno prossimo lavorerai al Messaggero», e viceversa.
I presidenti fanno leva sull’aspetto morale: i calciatori, dicono, guadagnano tanto e quindi sono gli ultimi a poter parlare, in un periodo di crisi come questo. Bella forza: la moralità viene usata quando conviene, mostrando al pubblico che sono quei viziati dei giocatori che si permettono di dare un calcio in faccia alla miseria rifiutando un così vantaggioso accordo. Però dov’è la moralità dei club quando mettono su aste mortali per strappare un giocatore alla concorrenza? Lì non c’è. Lì c’è il «mercato». Che è libero, ovviamente. E in quanto libero deve accettare che i giocatori non sono merci, ma esseri umani e quindi hanno il diritto di decidere se accettare o no un trasferimento.

L’obiezione che molti fanno è questa: chi guadagna tanto non può lamentarsi come un lavoratore che con uno stipendio da mille euro deve mantenere se stesso e magari una famiglia. Il problema è un altro, però: i diritti valgono per tutti, a prescindere dal conto in banca. La ricchezza non ti può rendere meno libero. La ricchezza non è una colpa, come molti cercano di sostenere in queste ore riversando il loro livore contro i calciatori, salvo poi osannarli la domenica come se fossero Dei. Anche perché non tutti i calciatori sono miliardari: ci sono calciatori in serie A che guadagnano 150mila euro lordi (la media è trecentomila). Tanti soldi, certo. Ma per quanti anni? A volte anche per due sole stagioni, perché un infortunio può rovinare tutto. Si pensa solo ai 50-100 calciatori celebri e ci si dimentica che ci sono altri quattrocento giocatori nella sola serie A che non hanno gli stessi trattamenti dei big.

L’impressione è che i club vogliano tutelarsi senza assumersi la responsabilità degli investimenti sbagliati: io compro uno, lo strappo alla concorrenza a botte di euro, poi se l’anno prossimo non va bene trovo un altro club che se lo prende perché tanto il calciatore non si può opporre. C’è poi un’altra questione: il calcio è campanile, rivalità, a volte persino odio. Un calciatore della Roma perché deve accettare un trasferimento coatto alla Lazio? Così uno del Bari al Lecce. E così via. Il calcio siamo noi: tifosi e appassionati. Noi che se un calciatore che amiamo lascia la nostra squadra lo fischiamo e se ne troviamo uno che non vuole lasciare la nostra maglia lo adoriamo per sempre. Se al calcio togliamo anche questo, abbiamo tolto l’ultimo brandello di umanità, abbiamo tolto l’unica cosa che rende diversi i giocatori veri da quelli della Playstation.