Sciopero o riforme? Democratici nel caos

Riformisti, democratici, semplicemente critici. È l’altra faccia del pianeta opposizione. Un rosso che avanza senza dare spallate e con delle proposte concrete. Quella sinistra che solo in parte scenderà in piazza il 6 settembre. L’impressione di un tempismo assai poco onorevole sta diventando generale. E imbarazza non poco. Molti ex comunisti stanno già raccogliendo firme (superata quota seimila) contro una Cigl irresponsabile. Già, il sindacato di ferro tira la corda e perde colpi. All’interno del Pd se ne sono accorti. Il senatore Franco Marini suona la carica: «Vergogna, non si indice uno sciopero in piena recessione!». Amen. Franco Monaco attacca i non allineati presi dalla «fregola del dissenso nei confronti della Cigl». «Si può non condividerne l’opportunità - sbotta - ma francamente non capisco tutto questo zelo e il gusto di distinguersi, con tanto di raccolta di firme da parte di esponenti del Pd circa lo sciopero annunciato dalla Cigl. Servirebbe, invece, unità...».
La lista dei dissidenti si ingrossa quotidianamente. Dopo Marini è arrivato Beppe Fioroni, ex popolare, da sempre vicino alla Cisl. Non ha partecipato al recente incontro del partito con le parti sociali (tra l’altro al tavolo era assente anche il leader Bonanni), ma ha spiegato che nel rispetto dell’autonomia di ogni sindacato, «uno sciopero generale non è certo il modo migliore per aiutare a far crescere un Paese che non cresce». Quanto al suo partito «deve avere il coraggio della responsabilità e non ritengo che sia responsabile oggi aiutare ad uscire dalla crisi con gli scioperi».
Sempre freddino Enrico Letta, vicesegretario del Pd, che durante l’incontro con le parti sociali avrebbe espresso sorpresa e disappunto per la tempistica dello sciopero. Ma anche Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, esprime perplessità. Non di merito, perché anche a suo giudizio, ovviamente, la manovra è iniqua e va cambiata, ma di metodo. «Il punto fondamentale per il bene del Paese è che le forze sociali rimangano unite e propulsive per la correzione di rotta e la discontinuità chiesta da tutti loro un mese fa. Non c’è dubbio che siamo di fronte a scelte pesanti del governo. Ma queste scelte richiedono strumenti efficaci per contrastarle, dunque richiedono strumenti unitari». Detto questo, come ha affermato anche Bersani, «i problemi posti dal sindacato sono veri e saremo presenti al fianco dei lavoratori». Ma Fassina esprime «perplessità sullo sciopero».
Poi ci sono quelli a metà strada: critici ma non troppo. Come il senatore Enrico Morando, membro della quinta commissione Bilancio e Programmazione economica. Morando non dimentica il momento di crisi economica. «Bruxelles ha gli occhi puntati su di noi, i mercati ci tengono sulla graticola e gli speculatori non aspettano altro di tornare all’assalto; l’impressione è che né la maggioranza né noi dell’opposizione siamo riusciti a trovare ancora il bandolo della matassa». Morando apre uno spiraglio di dialogo col governo. La manovra è sacrosanta: «Serve a evitare il fallimento. È vero o no che il debito pubblico italiano può fallire? Io dico di sì». Infine la proposta: «Basterebbe cancellare quel maledetto articolo 8, norma sui licenziamenti, il fattore scatenante». A Morando viene il sospetto che sia stato introdotto «per scatenare una certa reazione della sinistra sindacale». «Sono convinto - chiude - che basterebbe modificare il Comma 1 introducendo un riferimento sulla rappresentanza sindacale e stralciare il comma 2. A quel punto la Cigl tornerebbe sui suoi passi». Ma va?