Sciopero, salari bassi e sindacati ipocriti

C’è una questione salariale oggi in Italia? È la cattiva distribuzione del reddito (il lavoro dipendente pagato troppo poco) a frenare la crescita? Sì, due volte sì. Ma dovremmo riflettere, però, anche sul perché in Italia i sindacati delle imprese e i sindacati dei lavoratori si siano messi d'accordo per tenere bassi i salari.
La regola aurea della politica dei redditi prevede che il salario per occupato aumenti alla stessa velocità del prodotto per occupato, cosicché il costo del lavoro per unità di prodotto, dato dal rapporto tra le due grandezze, rimanga costante. Ne consegue che se il costo del lavoro per unità di prodotto non aumenta le imprese sono in grado di mantenere ragionevolmente stabili i prezzi e, quindi, i loro margini di profitto. In caso contrario, le imprese sono costrette ad aumentare i prezzi oppure a ridurre i margini di guadagno. Insomma, occorre che i salari corrano alla stessa velocità della produttività.
Dunque, perché ci troviamo di fronte a una nuova ipocrita minaccia di sciopero generale? Negli anni Ottanta, per contrastare l'inflazione a due cifre, si fece ricorso alla politica dei redditi, tenendo i salari bassi piuttosto che rischiare l'inflazione. Ma la moderazione salariale va bene per periodi limitati, eccezionali; poi il sistema deve essere lasciato al suo funzionamento fisiologico. Invece nella seconda metà degli anni Novanta si è persistito in una concertazione centralizzata che ha fatto male all'economia e ha contribuito a distorcere il mercato del lavoro, inducendo diffusi comportamenti opportunistici: al Nord con i fuori busta e gli straordinari in nero, al Sud con il sommerso. Complici di tutto questo sono i sindacati che oggi gridano allo sciopero generale. Proprio gli stessi sindacati, e soprattutto la Cgil, che per ragioni di mero scambio politico, e cioè la loro partecipazione di fatto al governo, hanno usato la moderazione salariale come moneta di scambio. Uno scambio politico pagato soprattutto dai lavoratori.
Ora, proprio perché l'inflazione sta diventando un problema (anche se non nella misura dei decenni passati), si impone un profondo ripensamento del modo in cui il confronto deve avere luogo. Oggi la contrattazione si deve riappropriare del suo ruolo di sempre: garantire un equilibrio distributivo che sia da un lato coerente con le dinamiche della produttività e dall'altro funzionale alla loro massimizzazione. Tutto questo comporta però un cambiamento nelle relazioni industriali e una politica dei redditi policentrica.
La politica dei redditi deve ritornare ad assumere il suo ruolo originario di politica di sviluppo, da attuare in base a scelte di distribuzione del reddito coerenti con la massimizzazione della crescita, secondo la regola aurea in base alla quale i salari devo crescere unicamente in ragione della produttività. Tutto questo è ancora più evidente in un sistema frammentato come quello italiano, dove gli aumenti di produttività si manifestano in modo altrettanto frammentato, interessando territori, comparti, filiere di volta in volta diversi. Dunque, con una politica dei redditi policentrica anche la concertazione trova attuazione a livello regionale o sub-regionale, soprattutto, in relazione alla valorizzazione delle potenzialità di sviluppo presenti nel territorio.
Purtroppo, come sempre succede in Italia, le sinistre post-comuniste arrivano sui problemi con almeno dieci anni di ritardo: tanto furiosamente contrarie al blocco della scala mobile e alla politica dei redditi ai tempi del decreto di San Valentino (1984), quanto acritiche e strumentali fautrici della concertazione negli anni Novanta, da quando non serve all'economia ma è utile a loro per fini di potere.
E allora basta con la concertazione. Basta col ruolo politico del sindacato. Ciascun soggetto collettivo torni a fare il suo mestiere: il sindacato i contratti; il governo la politica economica; il parlamento le leggi. Ci guadagnerebbero tutti, anche i lavoratori mal pagati, senza prospettive e senza un sindacato che li tuteli sul salario. Sarebbe il ritorno alla normalità.