LO SCIPPO DI WALTER

Alitalia resta in piedi, Veltroni cade. Nel ridicolo. La sintesi della giornata è tutta qui: un’azienda fuori pericolo e un leader fuori di testa, una compagnia salvata e un compagno da salvare, un dramma economico che si chiude e un dramma personale che si apre. Le avvisaglie si erano avute fin dalla prima mattina: i giornali amici tendevano ad accreditare la figura di Walter come risolutiva per la crisi («Veltroni: il mediatore sono io», «Veltroni: si può chiudere, merito nostro»). Poi verso l’ora di pranzo, appena arrivata la notizia ufficiale della firma dell’accordo da parte della Cgil, la crisi di protagonismo paranoide del segretario del Pd è esplosa in tutta la sua virulenza: «Ho trattato io, dov’è Berlusconi? Il premier è assente, al governo ci sono bulli, l’intesa è arrivata grazie a me». Per fortuna qualche anima pia l’ha fermato in tempo, altrimenti chissà dove sarebbe arrivato. Forse avrebbe provato a convincerci che l’Alitalia, in fondo, l’ha inventata lui, che l’aereo non esisterebbe senza il suo genio aeronautico e che, a dirla tutta, anche quella battaglia a Waterloo, se gliela rifacessero combattere di nuovo, avrebbe buone possibilità di vincerla...
Povero Walter, l’insuccesso gli ha dato alla testa. Ricordate? Durante la campagna elettorale disse che la cordata italiana era «un espediente di Berlusconi, destinato a scomparire dopo il voto». Quando, dopo il voto, la cordata è apparsa senza scomparire, ha detto che lui, comunque, era contrario perché da quel piano sarebbe nata una «compagnia di bandierina». Quando si è accorto che la compagnia non era di bandierina, ma anzi era l’unica soluzione praticabile, se n’è scappato a New York, fra cocktail e festini letterari. Ora torna e dice che è tutto merito suo? Ma con che faccia? Con che coraggio? È come se Cicciolina si arrogasse il merito dell’accordo sindacale di San Valentino. Come se Topo Gigio sostenesse di essere protagonista di Camp David. O come se Napo Orso Capo rivendicasse un ruolo fondamentale per l’intesa raggiunta a Yalta. A tutto si può credere, per carità. Ma dalle mie parti si dice: esageruma nen.
Ultimamente, con alcuni pensosi articoli, la sinistra ci ha accusato di semplificare la realtà. A parte il fatto che è sempre meglio semplificarla che stravolgerla, come fanno loro, resta che la vicenda Alitalia negli ultimi giorni appare contorta solo a chi non vuol vedere. Per la verità, infatti, è stata lineare: quando si è arrivati sul punto di chiudere, il segretario della Cgil Epifani s’è esibito in un salto carpiato doppio e ha fatto saltare tutto su ordine di Veltroni, che temeva l’ennesimo successo del governo, ancora più sfolgorante di fronte alla sua transoceanica pochezza. Poi però la Cgil si è trovata in un vicolo cieco: il giochino era stato smascherato, il fallimento sarebbe caduto tutto sulle sue spalle. Intanto all’interno del Pd il malumore montava come la panna nei profiterol e le voci di dissenso uscivano allo scoperto. Walter non ha retto, ha compitato una patetica letterina, e ha capitolato. Epifani, di conseguenza, pure: è tornato a Canossa e con quella faccia un po’ così, da Harrison Ford all’amatriciana, ha firmato l’accordo che pochi giorni prima aveva schifato. Senza ottenere nulla in più. Ma proprio nulla. Nemmeno una possibilità di salvare la faccia.
Alla fine di questa vicenda, e nella speranza che quei superprivilegiati dei piloti scendano pure loro a più miti consigli, ci sono alcune considerazioni da fare. La prima: Alitalia è salva. Dopo i rifiuti, l’Ici, etc etc., il governo mantiene un’altra promessa. Per la prima volta, dopo anni, si profila una soluzione per il carrozzone di Stato che da quando esiste divora i nostri soldi. Sarà la soluzione giusta? Fallirà? Colaninno amministrerà bene? O non riuscirà a tirarsi fuori dall’hangar? Non lo sappiamo. Ma di sicuro questa è l’ultima volta che i vizi dei comandanti, gli inciuci sindacali e gli sprechi volanti vengono pagati dal contribuente italiano. Di qui in avanti tocca ai privati. Noi tiriamo un sospiro di sollievo. Il nostro portafoglio pure.
Seconda osservazione: la Cgil si è dimostrata ancora il vero buco nero di questo Paese. Ma per la prima volta i bonzi del no, i mandarini del veto assoluto, i gran visir del ricatto sindacale sono stati sconfitti. Ha vinto la fermezza. Ha vinto il buon senso. Ha vinto chi vuol cambiare. Ora però basta: non ci dovrà più essere un caso Alitalia. Questi riti bizantini vanno aboliti. E va abolito lo strapotere dei sinistri sindacati che più che i lavoratori, tutelano gli interessi di Veltroni. Perciò continuiamo ad augurarci e continueremo a batterci perché la resa di Epifani di ieri equivalga alla marcia dei quarantamila o alla vittoria della Thatcher con i minatori. Cioè segni l’inizio di una stagione nuova, non più esposta alle bizze di questi reperti archeologici dell’Otto-Novecento.
Ma purtroppo oggi tutte le altre considerazioni vengono spazzate via dal caso umano Veltroni. L’uomo in apparente difficoltà cerca di mettere il cappello su ciò che non ha fatto, sbugiardato da tutti, a cominciare da quelli che hanno partecipato davvero alla trattativa mentre lui stava a Manhattan, per finire ai suoi stessi alleati (Di Pietro: «Merito del Pd? Ma se Veltroni è arrivato all’ultimo momento...»). E lo fa, per di più, in modo sgradevole, con riferimento al bullismo e allusioni pesanti alle ore di relax che il premier, a trattativa conclusa, si è concesso in Umbria. Fra l’altro, di tutto si può accusare Berlusconi, tranne che di non essere stato presente nella vicenda Alitalia. Fino all’altro giorno non era la stessa sinistra ad imputargli un interventismo eccessivo? E allora come può ora Walter imputargli l’assenza? E poi: l’assenza? Proprio lui, Veltroni, quello che nel momento clou dello scontro aereo stava a New York? Quello che mentre s’infiammava il dibattito alla festa nazionale del Pd stava con Obama? Quello che è assente pure a se stesso? Che ormai fa fatica a mettere insieme i cocci della sua presenza nel partito e nella vita del Paese? Ma come può dire certe pifferate? Con che faccia? Non sappiamo se ieri sera, tornando a casa dopo le sue esternazioni, prima di andare a nanna, Veltroni abbia avuto il coraggio di guardarsi allo specchio. Ma abbiamo il sospetto di che cosa avrebbe voluto fare lo specchio, avesse potuto.