Scm, colosso mondiale creato da 4 operai rimasti senza lavoro

Oltre 2 milioni di macchine per il legno e il marmo installate in 120 Paesi

Alberto Mazzuca
Fornisce in tutto il mondo macchine per la lavorazione del legno. Una gamma completa: per i laboratori artigianali, per le grandi industrie, per chi si dedica solo a un hobby, per chi vuole invece fabbriche chiavi in mano. La Scm Group ne ha installate più di due milioni in 120 Paesi, confermandosi protagonista mondiale di assoluto rilievo. Ma nello stesso tempo fornisce anche macchine per la lavorazione del marmo, del vetro, della plastica, dei termoformati, dei metalli leggeri. E dalle sue due fonderie escono monoblocchi motore per l’Iveco, la New Holland, la Fiat, rotori per la Whirpool, motori per il carro armato Leopard, motori per l’offshore della Sitec, motori per i trattori della Same e della Landini, persino i telai per i pianoforti a coda della Schulze Pollmann e i lampioni che si trovano in piazza San Marco a Venezia o a Parigi, San Pietroburgo, Singapore. Insomma, un colosso. Ma un colosso, chiarisce Alfredo Aureli, amministratore delegato della Scm Group, «in grado di mettere sul mercato innovazioni continue».
Primi al mondo. Qualche esempio? Le macchine che riescono a realizzare un mobile personalizzato ma ai prezzi di quelli di serie. Oppure il marchingegno che permette il cambio utensile, vale a dire un braccio meccanico che sceglie l’attrezzo giusto in modo da fare diverse lavorazioni sullo stesso pezzo. «Siamo stati i primi al mondo», aggiunge Adriano Aureli, fratello di Alfredo, vicepresidente del gruppo e da cinque anni numero uno degli industriali riminesi. Oppure il sistema di due-tre macchine tra loro collegate e comandate da un pc in grado di realizzare anche 200 finestre al giorno una diversa dall’altra ma agli stessi costi di quando si producevano tutte uguali. Esempi che mettono in evidenza le caratteristiche di base che hanno portato questo gruppo al successo: l’attenzione ai costi, l’innovazione costante, il servizio continuo alla clientela. Banalità? Oggi forse, ma non quando la Scm le ha fatte proprie. E cioè tanti anni fa quando quasi nessuno teneva in considerazione questi concetti e il mondo delle macchine per la lavorazione del legno era dominato dai tedeschi, dagli inglesi, dai francesi. «Siamo sempre riusciti ad anticipare i tempi», commenta Alfredo. E un motivo forse c’è: questo gruppo sorge curiosamente proprio nella capitale del turismo e del divertimento, Rimini. E quindi nella città in cui ha sempre dominato questo tipo di cultura basata sull’innovazione, sui costi, sulla soddisfazione della clientela.
La Scm, che vuol dire «Società costruzioni macchine», nasce nel 1935 quando si mettono insieme quattro ex operai, quasi tutti fonditori, che si ritrovano in mezzo alla strada dopo la chiusura dell’azienda in cui lavorano, la Negrini di Bologna ma con stabilimento a Rimini, specializzata in fusioni in ghisa, aratri e serrande avvolgibili.
I quattro - Franco Aureli, Nicola Gemmani, Giovanni Nicoletti, Guido Agostini - si mettono a fare le stesse cose in un capannone nella zona di Verucchio. E cioè aratri e serrande avvolgibili ma non le fusioni in ghisa in quanto per la ghisa, materiale strategico perché bellico, ci vuole un permesso speciale. Riescono a ottenerlo grazie a molta faccia tosta. Franco Aureli è amico dell’autista del principe di Savoia, Umberto, il quale d'estate va a giocare a tennis con Mussolini a Riccione. Si fa così raccomandare per avere questo permesso. Ma le autorità di Bologna respingono invece la richiesta. Aureli, che è una testa dura come tutti i romagnoli, va allora in moto a Bologna e caso vuole che l'alto funzionario che ha respinto la richiesta sia stato trasferito a Bolzano. Aureli ricorre allora alla fantasia: parla di un errore e s’inventa colloqui mai avvenuti. Fortuna vuole che i telefoni con Bolzano non funzionino e alla fine quel permesso viene concesso. Così la Scm può fare fusioni in ghisa. Poi c’è la guerra, i quattro si dividono ma si ritrovano di nuovo insieme all’inizio degli anni Cinquanta. E la Scm riprende a fare fusioni in ghisa, aratri e serrande. Finché rimangono solo due soci: escono Nicoletti e Agostini, restano Gemmani e Aureli le cui famiglie sono molte unite, durante la guerra sono state sfollate insieme. Ed è un’amicizia che si proietta anche sull’azienda: metà per ciascuno.
Il momento decisivo. Nel 1952 la svolta, la prima almeno della Scm. Si laurea in Ingegneria il figlio di Nicola, Giuseppe Gemmani. È del 1925, è geniale e ha un’offerta di lavoro dalla Montedison. Ma Aureli lo convince a non muoversi da Rimini. «Fai qualcosa di nuovo per noi», gli dice. E Giuseppe, che poi diventerà presidente del gruppo, si sposerà con Lucia Bulgarelli e avrà sette figli, s’inventa la B4, una macchina che fa quattro lavori insieme. E poi la B3, che taglia, fora e fresa.
Il successo è tale che spinge la Scm a continuare il lavoro della fonderia ma a lasciar perdere aratri e serrande e a puntare sul mercato delle macchine per il legno. Producendole su scala industriale.
Macchine per artigiani. Franco Aureli, che scomparirà nel 2000 a 93 anni, ha idee innovative a questo proposito: concentrarsi nella nicchia delle macchine per gli artigiani, produrle a costi più bassi rispetto alla concorrenza e venderle all’estero, addirittura nel mercato tedesco. Anticipando così, sottolinea il figlio Alfredo, «i concetti di cost leader e di globalizzazione». Già nel 1955 la Scm esporta il 60% della sua produzione.
Negli anni Sessanta Giuseppe Gemmani, un grande tecnico che ha sempre innovato e dalla cui scuola usciranno i migliori progettisti del settore, è affiancato anche dagli esponenti della seconda generazione della famiglia Aureli. Il primo è Adriano, l’attuale presidente degli industriali di Rimini. È del 1935, impara le lingue, si sposa con Marisa Galvani, è istintivo, è portato all’attività di marketing, di ricerca del prodotto e di vendita. Costruisce in pochi anni la più grande ed efficiente rete di distribuzione del settore, oggi composta da 25 filiali e 350 agenti. È poi molto comunicativo, è anche un salutista eccezionale: si alza alle 5, non beve e non fuma, ha praticato un po’ tutti gli sport.
Il secondo è Alfredo Aureli, l’attuale amministratore delegato. È del 1944, ha quindi nove anni in meno rispetto al fratello, ha una laurea in Economia, è sposato con Raffaella Strocchi, vive da un anno in un ex convento ristrutturato a Verucchio, ama camminare, andare a funghi e a caccia ed è molto bravo nella gestione. Del personale e dell’azienda. All’inizio ha dovuto affrontare il Sessantotto, un periodo che il padre Franco ha vissuto, dice, «come una pugnalata». E dal momento che allora i dipendenti della Scm guadagnavano molto più degli altri, Alfredo è stato costretto a togliere tutti i premi perché il contratto nazionale di lavoro era più sfavorevole. Risultato: i dipendenti Scm hanno dovuto impiegare dieci anni per ottenere quanto già avevano. Alfredo ha inoltre portato avanti strategie precise: prima quella di decentrare le linee di prodotto in unità specializzate, cioè sezionatrici, levigatrici e così via, in modo da renderle più governabili. E poi la strategia di entrare negli altri segmenti del mercato, dalla plastica al marmo e al vetro, acquisendo altre aziende e quindi tecnologie, marchi prestigiosi e quote di mercato. Oggi fanno tra l’altro parte della Scm Group la Morbidelli, leader mondiale nella produzione di fresatrici, la Gabbiani, la Cms. Il fatturato del gruppo è di 503 milioni di euro di cui il 70% realizzato con l’export, i dipendenti sono 3mila sparsi in 20 stabilimenti, tutti in Italia, da Bergamo a Monza, da Vicenza a Siena, da Pesaro a Rimini. Il giro d'affari è realizzato per il 94% dalle macchine e il 6% dalle due fonderie. Le spese per l’ufficio ricerca, in cui lavorano nel complesso 380 persone, incidono per il 6% del fatturato. La proprietà è sempre divisa in parti uguali tra i Gemmani e gli Aureli. «Nessun problema», dice Alfredo mandando a gambe all’aria quanto sostengono i testi di management. E in azienda ci sono quattro esponenti della terza generazione.
(60 - continua)

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