Scofield al Blue Note una chitarra per il «big» del jazz

Franco Fayenz

È già trionfo al Blue Note, fin dal primo giorno, per il nuovo magnifico quartetto del chitarrista John Scofield con Chris Potter solista ospite al sax tenore e gli ottimi Dennis Irvin al contrabbasso e Bill Stewart alla batteria. Il gruppo, per fortuna di chi l’avesse perduto nella serata inaugurale, si trattiene nel club di via Borsieri 37 fino a sabato 23, con due concerti ogni sera alle 21 e alle 23.30. È facile prevedere che replicherà i successi ottenuti in tutte le tappe della sua tournée europea: in particolare, per quando riguarda l’Italia, al Festival di Fano.
Ci sono ragioni precise del favore che Scofield (nato a Dayton, Ohio, nel 1951) incontra da più di trent’anni presso il pubblico dei giovani e dei meno giovani. Chi lo ha osservato nelle varie vicende della sua carriera dice che il merito sta soprattutto nella sua capacità di adeguarsi ad espressioni musicali anche molto differenti, e spesso addirittura di prevenirle e di provocarle.
Nei primi anni Settanta, dopo aver frequentato la Berklee School of Music, Scofield è impressionato particolarmente da Jim Hall, oggi decano dei chitarristi di jazz e modello ineludibile per tutti gli specialisti dello strumento.
È appena il caso di ricordare che Hall è il campione della chitarra acustica, e spesso delle frasi sommesse, sussurrate, appena percettibili. Scofield lo ascolta e lo ammira in piena autonomia, malgrado la giovane età.
E così, nel novembre 1974, il batterista Alan Dawson può suggerire a Gerry Mulligan di scritturarlo per una «reunion» concertistica con Chet Baker alla Carnegie Hall.
È un concerto difficile perché i due protagonisti si detestano da quando Mulligan, poco meno di vent’anni prima, dovette scontare alcuni giorni di prigione per colpa di Baker, già allora preda di droghe. Malgrado la tensione percepibile in ogni momento, Scofield fa un figurone, come si può constatare ascoltando il doppio long playing della Cti, ora reperibile (con qualche difficoltà) in cd.
La sua buona stella si può far decorrere da questa avventura. Scofield diventa subito un solista conteso dai maestri del jazz moderno. Lavora con Billy Cobham, Randy e Mike Brecker, George Duke e Charles Mingus. Già a questo punto possiamo notare la sua versatilità: Duke gli richiede un linguaggio forte con venature funky e rock, Mingus è sempre un fautore dell’etimologia blues, e Scofield fa propri l’uno e l’altra da protagonista, perciò senza atteggiamenti passivi.
Molto significativo, nel 1976, è il suo ingaggio nel complesso del vibrafonista Gary Burton in sostituzione di Pat Metheny, che con Scofield e Bill Frisell forma già la triade dei migliori chitarristi giovani del jazz americano dell’epoca.
A questo punto Scofield è maturo per mettersi in proprio e per incidere dischi a suo nome, ma anche per attirare l’attenzione di Miles Davis che nel 1981 è uscito da cinque anni di inattività per gravi problemi di salute. Davis segue da vicino l’attività del chitarrista e nell’autunno 1982 lo scrittura, affiancandolo a Mike Stern.
Ecco che i cultori di Davis, in tutto il mondo, hanno la possibilità di confrontare le due chitarre. Stern è «quasi» rock: lì accanto, Scofield dà talvolta l’impressione di incarnare la tradizione, ma non è vero. Nella sua indole è maturata la capacità di fare propria qualunque esigenza (quelle di Davis sono altissime) e qualunque situazione espressiva.
Lasciato Davis nel 1985, Scofield è quasi sempre direttore di gruppi suoi e compie tournée frequenti, scegliendo ogni volta collaboratori di forte caratura. Con lui, per esempio, l’Europa ha preso contatto, dieci anni fa, con un eccellente pianista fino allora sconosciuto come Dave Kikoski. Oggi le sue proposte vanno dalla classicità contemporanea a un funk vigoroso. Con il quartetto attuale, dove non a caso il solista principale che lo affianca è Chris Potter, rivelazione del sax tenore alla fine del secolo scorso, Scofield ha scelto una sorta di giusto mezzo fra gli estremi, cioè un jazz futuribile ma mai complicato, incalzante e ricco di swing.