Scola verso la successione

da Roma

L’annuncio è previsto per il prossimo 7 marzo, il giorno in cui Camillo Ruini fu nominato per la prima volta presidente della Cei nel 1991 e poi riconfermato per altri due quinquenni. In quella data, salvo sorprese o ulteriori slittamenti, Benedetto XVI renderà noto il nome del successore del cardinale alla guida della Conferenza episcopale italiana.
Un anno fa, la Segreteria di Stato e il nunzio in Italia avevano promosso un sondaggio tra i vescovi sulla successione a Ruini dal quale erano usciti più votati due cardinali: Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, e Angelo Scola, patriarca di Venezia. La scelta di Papa Ratzinger, sostenuta dallo stesso presidente uscente della Cei, si sarebbe indirizzata su Scola, anche in considerazione del fatto che la vastità della diocesi di Tettamanzi (Milano è la più grande d’Europa) renderebbe difficile l’incarico di presidente. Scola, in caso di nomina continuerebbe comunque a risiedere a Venezia e non verrebbe nominato Vicario del Papa per la diocesi di Roma.
Il nome del patriarca di Venezia è da mesi in cima a quello dei «papabili» per la successione di Ruini, anche se nelle ultime settimane è stata presa in considerazione anche un’altra ipotesi: quella di nominare presidente della Cei non un cardinale, ma un vescovo diocesano senza porpora. Tre i nomi che si fanno, in questo secondo caso: il primo è quello di Renato Corti, vescovo di Novara (che ha ottenuto un consistente pacchetto di consensi nel sondaggio della nunziatura); il secondo è quello di Luciano Monari, vescovo di Piacenza e infine il terzo - fino ad oggi mai entrato nel «totonomine» per il dopo Ruini - è quello Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari.
L’idea di affidare la guida della Conferenza episcopale a un non cardinale può essere letta nel segno di una maggiore valorizzazione della base dell’assemblea (che non elegge il proprio presidente come avviene in tutti gli altri Paesi, dato che l’Italia è la nazione del Papa e dunque la nomina è riservata a lui), ma comporterebbe anche un certo ridimensionamento del vertice della Cei stessa. Anche vescovi che in questi anni non hanno sempre condiviso fino in fondo alcune scelte di Ruini sono concordi nel chiedere che il presidente rimanga un cardinale, in grado di parlare «da pari» con i responsabili delle congregazioni romane.