La scommessa di Alta Langa

nostro inviato a Torino
In quel paradiso della gola che è Eataly, il magazzino delle piccole grandi eccellenze alimentari aperto accanto al Lingotto, è stato tenuto a battesimo Alta Langa, bollicine metodo classico (champagne in francese) che sono un «nuovo patrimonio del Piemonte», con la speranza che nel tempo il tutto si riveli una bella storia italiana e non l’ennesima storia all’italiana.
Tutto è nato nel 1990, in una regione dove le bollicine italiane di qualità nacquero in pieno Ottocento e dove si sono sempre più dissolte al punto che l’oscar della qualità se lo contendono i produttori di Franciacorta e Trentino, con l’Oltrepò che è un po’ la riserva vinosa dove tanti attingono, piemontesi compresi. L’imperativo era quello di trovare un soddisfacente sbocco produttivo alla metà povera delle Langhe, dove quell’alta che si legge nel marchio è un riferimento geografico e altimetrico di colline e valli a basso reddito, l’esatto opposto della Bassa Langa, questa sì ricca e pingue.
In due ore tanti buoni propositi, con Oscar Farinetti, ex Unieuro, creatore di una realtà distributiva che ha destato l’interesse anche dei londinesi di Harrod’s. Farinetti, cinquantenne cresciuto nelle Langhe ricche, con il suo racconto ha offerto spunti che aiutano sia a capire l’humus di cui si nutre il progetto Alta Langa sia a sfrondare la storia della poesia inutile. «Per me da ragazzino albese l’Alta Langa era una roba brutta perché soffrivo l’auto e quando mio padre decideva che si andava al mare, le curve erano così tante che presto o tardi rimettevo anche l’anima. Noi eravamo quelli delle terre del Barolo, i langhetti ricchi, e si passava per zone di povertà. E quando mi venne presentato il progetto bollicine ho ripensato a quello che vedevo e quello che potrebbe essere di felice per chi lavora in quota. Mi piace che si pensi a sviluppare un’operazione che sia anche un business come si dice oggi. Non bisogna vergognarsi di guadagnare dal lavoro che si intraprende, il punto è di saperlo legare a dei valori positivi e che l’insieme generi un vantaggio economico per ogni componente. Devo allo scrittore Tonino Guerra la migliore definizione di marketing. Mi diceva sempre di mettere una parolina vicino a un prodotto, unire due positività tra loro. E non vi è dubbio che se si pensa a gioia, amore, benessere, felicità uno pensa allo champagne. Ebbene, con Alta Langa, il Piemonte può riprendersi la sua antica posizione di preminenza».
Un consorzio di sette produttori, con sede a Isola d’Asti, 0141.960911, presidente Carlo Giovanni Bussi, con una cinquantina di contadini che si prendono cura di 60 ettari: sei zero, in pratica un niente ma ben curato, tra prati, noccioleti e bosco, a testimonianza delle biodiversità che ancora caratterizzano la regione. Sessanta ettari per cinquanta vignaioli, con appezzamenti che sovente non arrivano al mezzo ettaro. Garantiscono produzioni - le prime sperimentali bottiglie sono state stappate nel 2005 -, che per quantità valgono quelle di un Krug, senza però possederne (ovviamente) la qualità e nemmeno il prezzo che da centinaia e centinaia di euro, qui scende a 20, massimo 30. Se l’intero raccolto fosse impegnato nella sfida Alta Langa avremmo attorno alle 450 mila bottiglie prodotte. In verità, complice il dirottamente di un terzo delle uve verso altre produzioni, il millesimo 2003 si è attestato sulle 300 mila.
Tanto il lavoro che aspetta gli enologi, ma fa ben sperare il fatto che a una maggiore produzione, la tentazione per ogni contadino, non corrisponde un maggior guadagno. Come ha ricordato Bussi «durante l’estate le uve di Chardonnay e di Pinot vengono classificate, con tanto di prezzo finale. Al momento della vendemmia, ogni eventuale chilo in eccedenza verrà pagato l’equivalente in euro di una lira», che è un modo elegante per dire zero e per spingere chi lavora in vigna a selezionare i grappoli migliori.
Obiettivo? Arrivare in una decina d’anni a due milioni di bottiglie. La Langa alta è un territorio vasto, con enormi potenzialità. Quello che si vuole evitare è che in poche stagioni si estirpi di tutto per impiantare uva, attratti da migliori prospettive economiche. Il rischio è quello di far crollare la domanda a fronte di una qualità scemante. La Franciacorta non è andata in paradiso in un mese. E nemmeno in due.