La scommessa persa del subcomandante

La miglior analisi politica della settimana di crisi è arrivata dal Festival di Sanremo. Dice Picone: «Hanno fatto il Prodi bis». Risponde Ficarra: «E perché, il primo gli era uscito bene?». Un formidabile duo comico ha fotografato la surreale situazione in cui si dibatte l’Unione, perché se è vero che oggi Prodi incasserà la fiducia della Camera, è altrettanto vero che nella maggioranza si agita lo spettro di un’altra crisi imminente.
L’orizzonte del governo è limitato non solo da alcuni scogli giganteschi già all’orizzonte (il rifinanziamento della missione in Afghanistan e la discussione della legge sulle coppie di fatto) ma soprattutto dal risultato politico di una crisi che nasce dal centro dello schieramento governativo, frutto dell’azione di Margherita e Ds, i costituendi del Partito Democratico.
Sono due gli elementi che hanno innescato la crisi: il discorso del ministro D’Alema al Senato sulla politica estera; il disegno di legge sui Dico perseguito dai «cattolici democratici», impegnati a conciliare il non più conciliabile (il dogma della fede e i compromessi della politica). L’esplosivo è fabbricato al centro, la miccia la accendono Rifondazione, un ex senatore del Pdci e l’esponente di punta dei «cattolici non allineati», Giulio Andreotti.
Ds e Margherita hanno messo a nudo la debolezza dell’alleanza Prodi-Bertinotti. Un patto che si regge su un filo esilissimo, perché Rifondazione è in piena crisi di identità. Bertinotti aveva scommesso sulla possibilità di tenere insieme i «governisti», i «movimenti» e i loro esegeti trozkisti. Da segretario del partito aveva tentato di «istituzionalizzare» le estreme. Ma il suo passaggio alla Presidenza della Camera e quello del partito al governo, hanno lasciato l’opera incompiuta.
Oggi è chiaro a tutti che Bertinotti non controlla più nessuno. Il segretario Giordano non ha carisma, la minoranza trozkista è sul piede di guerra e l’espulsione del senatore Turigliatto rischia di accelerare una crisi interna che avrà forti ripercussioni sul governo. L’esponente di Sinistra Critica, Salvatore Cannavò, ha annunciato la sua «disobbedienza» a Montecitorio e gli antagonisti si chiedono se per caso non sia proprio il Presidente Bertinotti a fare il «deviazionista» rispetto al Segretario Bertinotti che aveva tirato su il partito a dosi massicce di social forum e cortei. Le purghe non basteranno e Bertinotti davanti a sé ha due strade: rinunciare a falce e martello - come una parte ampia del movimento chiede da tempo - per costruire un partito del socialismo europeo assieme ai dissidenti Ds, anche a costo di far nascere un’altra forza politica alla sua sinistra; oppure restare con la bandiera della Rivoluzione d’Ottobre in mano, fare il testimone di una storia sconfitta, e finire per sempre fuori dai giochi. Bertinotti sa che è giunta l’ora di una svolta.
Paradossalmente, qualsiasi strada prenda, non riuscirà a salvare Prodi.