Una scommessa vincente sui miracoli

Che cosa è degno di fede? Mentre da un lato si continua a cavillare sulla distinzione tra fede e ragione, e ci si preoccupa di stabilire confini e competenze, dall’altro diventiamo sempre più creduloni, disposti a dare retta a tutte le baggianate di questo conduttore tv o di quel comico.
A chi vogliamo darla a bere? A noi stessi? Ma la fede - almeno quella cristiana, che c’interessa qui - non è cieca, non è affare per creduloni. Al contrario. La fede cristiana è certa perché è a ragion veduta, e perciò richiede non credulità o faciloneria, bensì molta accortezza.
In questo senso, consiglio vivamente, approfittando della recentissima ristampa, la lettura di uno dei romanzi più belli e accorti del cupo Novecento: Il miracolo di Padre Malachia di Bruce Marshall (Jaca Book, pagg. 256, euro 15). È la storia, a tratti esilarante, di un piccolo prete benedettino, padre Malachia Murdoch, il quale, in trasferta a Edimburgo per insegnare il gregoriano su incarico di un parroco molto tradizionalista, viene in contatto con un tipico rappresentante del cristianesimo moderno (trattasi di un prete «riformato») per il quale i miracoli sono pure credenze popolari, Cristo una bella leggenda e il cristianesimo un’etica (ridotta anch’essa ai minimi termini).
Per una bizzarra scommessa tra i due, padre Malachia si trova a dover compiere un miracolo non meno bizzarro: trasferire una nota sala da ballo dalla sua sede al cocuzzolo di un monte poco lontano. Siamo alle soglie del grottesco. Ma Dio non ha paura di un po’ di grottesco. Padre Malachia sa che tutto ciò che è accaduto e sta accadendo è perfettamente ragionevole, per questo accetta con serenità le conseguenze di questo strano evento, che scatena le ipotesi più strampalate senza che a nessuno venga in mente che possa essersi trattato veramente di un miracolo - ossia della cosa più ragionevole, semplice e quotidiana che esista. La religione cattolica non è soltanto bella; è anche vera, dice Marshall. È bella per la stessa ragione per cui è vera: perché corrisponde alla natura dell’uomo, che non è innanzitutto una natura etica, bensì razionale e conoscitiva.
Io non credo che libri come questo, che nessuno fa più, siano più brutti di tanta spazzatura che ci viene contrabbandata come alta letteratura. Questo dipende, dice qualcuno, dal fatto che la moda è cambiata, che i lettori chiedono altre cose. Sarà vero. Secondo me, quello che si sta perdendo in letteratura è il gusto di andare controcorrente. Perché un libro come questo non può mai essere stato di moda: era controcorrente quando uscì nel 1938 e lo è ancora. Pieno di vitalità e di vera, profonda allegria.