La scommessa (vinta) del gruppo diversificato che resiste alla crisi

nostro inviato a Torino

Montezemolo e Marchionne, il presidente con il pallino del «made in Italy» e l’amministratore delegato, genio praticamente apolide della Fiat, così diversi e per certi versi incompatibili, su una cosa sono d’accordo fino in fondo. E su questa, ieri hanno raccolto il plauso del cda del gruppo: «La Fiat non è solo auto e l’auto non solo Italia», come ama ripetere Montezemolo. Stesso concetto che Marchionne ripete agli analisti, con altri termini. Quelli di un «gruppo composto da realtà industriali che non seguono lo stesso ciclo economico».
Ecco come si spiega che, con un mercato italiano in calo del 15% e il prezzo della benzina che spaventa per la sua crescita continua, Marchionne continua a confermare i suoi obiettivi. Perché se l’Italia rallenta, c’è il Brasile che tira: 41mila unità in più nel trimestre, con una crescita del 27%. E se l’auto oggi è in crisi, domani ci sarà la flessibilità dell’alleanza con la Bmw per ripartire al momento giusto.
Mentre già oggi ci sono le macchine agricole e per costruzioni dell’americana Cnh. Un gioiello che fa luccicare gli occhi di Marchionne ogni volta che se ne parla. Cnh, quando è arrivato Marchionne nel 2004, faceva il 4% di margine sul fatturato. Ora, eliminati quelli che l’ad chiama i «colli di bottiglia» è all’11%. Ma, quel che più impressiona, non riesce a stare dietro alla domanda generata dal boom dell’agricoltura e delle costruzioni nei Paesi emergenti. Tanto che verrà aumentata la capacità produttiva, e non per linee esterne, chiuse da problemi di antitrust. Poi ci sono i camion di Iveco, che vanno bene, anche se Marchionne non è ancora soddisfatto dei risultati raggiunti e nei prossimi anni spingerà per ottenere di più soprattutto nei veicoli pesanti, per recuperare le quote perse in Europa nei medi e leggeri. Un cruccio, per il numero uno del Lingotto. Ma anche qui: è questione di cicli economici e industriali.
Per questo Marchionne non si interessa più di tanto all’andamento della Borsa. «Il mercato deve toccare il fondo, poi ripartirà», ripete ai suoi. E quando è così, c’è poco da fare: le Borse prendono a calci tutto quello che trovano. Anche la Fiat. Ma già ieri il mercato gli ha già dato un po’ di ragione. Ragione a un industriale che, sì - è vero - adesso lavora anche alla Ubs. Ma che ci tiene alla sua diversità con i banchieri, con i finanzieri: sono loro ad avere il problema della crisi di credibilità, adesso. Non gli industriali. Che sono invece abituati anche a perdere, a volte. E questa è la loro forza, quella che permetterà di riprendersi meglio e per primi.