Scommesse e ritocchi al look. E la Mussolini cerca la rissa

Al toto-Camera si gioca con cinque euro, vince chi azzecca i due numeri: i pro fiducia e i pro sfiducia. Il catto-piddino Fioroni consulta lo smartphone e forse estrae dal lì la certezza numerica per il no. In caso andasse male, il cattolicissimo ex ministro ha già pronto uno sbocco professionale: un libro sulla psicologia dei politici, sulla scia di un libro sui santi che tanto gli è piaciuto. «Ma la mia sarebbe una psico-patologia...». È il giorno della numerologia, la cabala è un’arte che gli onorevoli sembrano conoscere bene. «Trecentodieci, trecentosedici...Ma Calearo che fa? E Scilipoti? Guzzanti ha deciso...», ma cos’ha deciso? Chissà. L’ex berlusconiano ora leader anti-mignottocratico arriva sul tardi, cammina pensoso con La Malfa. «Ho deciso. Però domani...» aggiunge con una smorfia comica che sembra suo figlio Corrado. Si preparano maratone televisive e miriadi di intervistine tv, per cui conviene essere acconciati per bene. Opportunamente il ministro La Russa, di ritorno dal Senato, si presenta alla barberia della Camera per una sistematina alla sfumatura. Il caso vuole che sulla poltrona a fianco ci trovi Franceschini, ex segretario Pd, e che davanti al barbiere si consumi un mini summit trasversale. Sì, ma il Fli che fa, si spacca? Il quarto d’ora di celebrità dei finiani continua e nel Transatlantico si formano capannelli fitti di cronisti per distillare le analisi degli uomini Fli. Una multitudine si addensa in mezzo al corridio, «e chi starà parlando, Barack Obama?» chiede qualcuno. No, è Granata. Un gruppo un po’ minore si fa intorno ad un minuscolo parlamentare, attentissimi a quel che dice. Ma non è un finiano stavolta, è Scilipoti, un nome sulla bocca di tutti insieme a quella di ex sconosciuti oggi determinanti per la tenuta del governo. Si capisce dalle falcate di Calearo, uno dei cosiddetti indecisi, inseguito sempre da qualcuno in cerca del numero perfetto. «Sì sì il discorso lo ascolterò...» dice Calearo in un colloquio volante e percepibile solo per un attimo.
Verso le 15 un Franco Marini è avvistato in transito a Montecitorio. Il cronista chiede un pronostico al «lupo marsicano», vecchia volpe della numerologia politica. «Ce la fa?», la domanda. La risposta è un movimento della testa che pare significare un sì, e nemmeno scontento di questo. Se invece si tentasse di dedurre le previsioni del Pd sulla sfiducia dall’espressione del volto di Fassino, il Pdl potrebbe preparare le bottiglie di Moët & Chandon. Più ottimista il volto di Franceschini, sarà per l’ottimo taglio di capelli dei barbieri della Camera. Nel Pdl invece si esibiscono volti che si direbbero sicuri. La tenuta delle pidielline è il nero, a parte Anna Maria Bernini che è affezionata al bianco. Nerissima, ma per altri motivi, è Alessandra Mussolini. Interrompe Piero Fassino, che replica inelegante: «il ministro Carfagna l’ha già definita egregiamente...» riferendosi al «vajassa» con cui la apostrofò Mara. Lei non ci vede più, acchiappa un telefono di chissà chi e cerca di che colpire l’ex segretario Ds. Poi racconterà infuriata a Paolo Romani di aver dato della «cretina» alla Carfagna: «Ora torno dentro e le dò un calcio!» avverte, ma Romani sorride.
Verde è invece la giacca di Roberto Calderoli, che fuma fino all’ultimo la sigaretta in cortile mentre, sul video esterno, ascolta l’intervento del finiano Della Vedova. Quando invece interviene Corsaro elencando le contraddizioni di Fini, Berlusconi lo applaude sei volte. Più emozionati sono altri, meno navigati, come Nunzia De Girolamo, che quando parla in aula si emoziona e non riesce a finire.
Ma l’attenzione è tutta sull’imprevisto, sui cambi dell’ultimo minuto. Così quando il pidiellino Picchi, eletto all’estero, si iscrive a parlare «a titolo personale», viene raggiunto da decine di telefonate apprensive: «Ma cosa devi dire?». Voleva solo parlare degli italiani all’estero, ma il terrore di defezioni gioca brutti scherzi. La giornata è colma di presagi per il giorno dopo, ci sono giornalisti stranieri, «c’è anche la Cnn». Fuori da Montecitorio ci sono camionette delle forze dell’ordine, un cordone di ammiraglie con il lampeggiante segna il perimetro di Piazza del Parlamento. Solo un’auto diversa, una fiammeggiante Ferrari. «Ma non sarà venuto anche Tulliani?», chiede un tizio. Che domande peregrine, ma non lo vede che questa Ferrari è gialla, non nera?