SCOMMESSE Quei cavalli da delirio

I purosangue hanno caviglie da miss Universo

Niccolò Machiavelli iocava ai dadi. Gli italiani, invece, giocano alle slot, anzi, giocano a tutto. Tommaso Landolfi, che del gioco ne ha fatto un modello di vita e un riferimento costante della sua arte, nei racconti di La spada non a caso fa dire a un suo protagonista: «Sia dunque lode al gioco, la più alta attività dello spirito umano!». Ma è stato quando ho ripreso tra mani Ottavio di Saint Vincent che mi sono ricordato di quando, ragazzo solitario in vacanza a Courmayeur, conobbi una coppia di signori milanesi che aveva passato la vita a giocare nei casinò di mezzo mondo. Sergio e Rossella, sotto il Monte Bianco, diretti a Chamonix, mi raccontavano che proprio a Saint Vincent avevano passato mesi tra l’albergo e il panno verde o la roulette. «Facevamo su e giù. Di giorno si dormiva, di notte andavamo a giocare. Anche là c’è un tunnel che dall’albergo ti porta al Casinò. Lo attraversavamo da sonnambuli». Così, giunti a Chamonix, mi misero tra le mani quattro milioni di fiches che riuscii a disperdere in poche puntate.
È ovvio che qui si sta accennando al gioco d’azzardo che è, sì, in espansione, ma che oltre a Landolfi a Dostoevskij al mitico De Sica e a molti italiani che da San Remo alla Slovenia frequentano i panni verdi e le roulettes, non rappresenta quel fenomeno di massa che invece registrano le Agenzie Punto Snai o Toto+, a esempio. Infatti le bische clandestine e no, esistono sempre. Le eredi dei bar dove prima si giocava a scopone, a tressette e poi a poker esistono eccome, però la massa, quella che Borges in un suo libro ha intitolato con straordinaria metafora Lotteria a Babilonia, gioca al Lotto, al SuperEnalotto, al Totip, al Totocalcio e alle martingale o picchetto che, tempo fa, erano scommesse clandestine e che ora sono legali. I giovani, a esempio, sono i maggiori scommettitori delle gare sportive nazionali e internazionali, per non parlare delle slot machine con tre ciliegie, quattro ciliegie, che sembrano concentrati virtuali di cacce al tesoro di infanzie perdute.
A proposito di infanzia... C’era il fratello di mio nonno che un giorno la famiglia al completo mise su un treno con un sacco di danari in tasca per comperare un terreno nel Chianti. Ebbene, tutti lo aspettarono per giorni e giorni. Ma Armando tornò senza soldi e senza terra. E anche arrabbiato perché non gli era «entrata» neppure una carta. Aveva perso tutto. E così continuò per tutta la vita. Venti ore al giorno erano il tempo che concedeva alle carte. Era un giocatore formidabile, una specie di radar, uno che sapeva contare e «vedere» le carte dell’avversario come uno 007 cieco. Sì, cieco, però della Fortuna.
Ora questo lo apprendo da Roger Caillois, da I giochi e gli uomini: non c’è e non c’è stata mai società al mondo che non abbia «giocato». Nelle società sottoindustriali si gioca e scommette perché la fortuna e il destino sono la macchina produttiva; in quelle industriali e avanzate come la nostra, invece, si gioca perché in un certo senso ci si vuole riappropriare della «libertà» del destino. Con un colpo solo, insomma, si vuole vincere ciò che il lavoro di una vita non ti permette di guadagnare. Perfino nella ex Unione Sovietica, dove il gioco era proibito, i burocrati avevano trovato un sistema assai ingegnoso che permetteva di...
Insomma, gli italiani fanno la fila dai tabaccai e nelle agenzie (soprattutto il martedì, giovedì e sabato); scommettono in self-service tramite internet, dagli innovativi Thiny-Tim, come se il sogno di una vita (molto vicino alla scoperta del tesoro), quello di agguantare milioni di euro e partire per l’isola tropicale che non c’è, fosse puntare, scommettere e basta. Come se la vittoria della somma agognata fosse già tutta consumata nella giocata stessa. È infatti qui, nello scoppio dell’adrenalina personale e collettiva, nell’illusione, nell’attesa, il succo, la molla che spinge al gioco, alla scommessa.
Eppure si può anche giocare, puntare, e godere all’aria aperta. Si potrebbe giocare (continuiamo a dire così) e mangiare in un buon ristorante, per esempio, mentre i giocatori stanno giocando la partita che ci interessa. Ecco, non sto accennando al calcio e agli stadi. Vorrei parlare invece degli ippodromi. Infatti, gli ippodromi, sono in realtà i templi umani del gioco. Sono i nuovi colossei senza sangue e gladiatori. Degli antichi circhi e arene hanno solo gli animali, anzi, l’animale terreno e alato per antonomasia, caro agli eroi, dèi, e all’Ariosto: il cavallo.
Penso con struggimento a uno dei miei giorni più belli. Cielo francospagnolo, pista di sabbia, cavalli al trotto, spaghetti con squisite vongoline, atmosfera semplice come un corpo giovane: sono seduto al ristorante dell’ippodromo di Taranto. Si corre il Derby. Non gioco, ma mi godo questa luce divina che scende dal cielo o sale dalle marine. E così mi sono innamorato degli ippodromi. Vorrei visitare quello di Bologna (solo trotto), di Pisa (solo galoppo), Livorno (solo galoppo), Merano (solo galoppo), Palermo (solo trotto), Albenga, Grosseto (solo galoppo), Varese, San Siro, Siracusa, Agnano, Torino (trotto), Cesena, Treviso, Padova (Padovanelle), poi, un giorno, vado a Tor di Valle e vedo una cattedrale di cemento costruita in uno spazio dove Roma è una macchia di leopardo: tra città e mare. Qui si corre al trotto, qui ha corso il più anziano drivers del trotto: Odoardo Baldi, ottantasei anni, cinquemila successi, prima vittoria in piena seconda guerra mondiale.
A Tor di Valle scopri uno sciame di scommettitori con il giornale ripiegato in tasca. Qui gravita l’ultima Roma «malandrina» e romanzesca, popolare che, a suo tempo, scommetteva sotto le ali nere della banda della Magliana. Qui ancora oggi incontri le ultime facce di coloro che furono un tempo comparse a Cinecittà. Per le vòlte e le tribune becchi er patata, er granchio, er frittata. Tempo fa le loro famiglie e essi stessi per abitare a Roma scesero dai monti Prenestini, Tiburtini... le parlate abbondano ancora di issi, iti, di aoooo, di freghelo, to ridico, mentre lo speaker batte i tempi della corsa: «Vanno a chiudere ai quattrocento metri... all’esterno si impegna Sonny... Seconda frazione... inseguimento... Chiusura in tre... All’esterno è sempre Gillo... Quattrocento conclusivi...». Ma...
Ma i purosangue sono a Capannelle. Ce ne sono mille. Nacquero da due arabi e un berbero regalati, nella metà del Settecento, alla regina Anna d’Inghilterra che li fece incrociare con trentotto fattrici reali. Seduto sulla terrazza del Derby intanto uno si gode il panorama. Monte Cavo con il suo tempio di Giove (non c’è più!) è in fondo, sulla prima curva della pista. Gli aerei dell’aeroporto di Ciampino in cielo sono giocattoli di latta. Il presidente dell’Hippo Group, Enzo Mei, mi racconta dei cavalli dell’Aga Khan, della regina Elisabetta, dello stilista Cavalli - anzi, oggi si corre una «classica»: il Premio Parioli.
Dicevo che qui, a Capannelle, ci sono i purosangue. Ma volevo aggiungere che i purosangue corrono al galoppo. Sono stati concepiti per questo. E questa fu già una grande scommessa! Da poco è stata inaugurata una nuova pista in «fibra». Permette di correre sempre. È costata tre milioni e duecentomila euro. Mentre gli investimenti, per rilanciare l’ippodromo, ammontano a dodici milioni di euro. Il presidente mi parla, però io mi godo lo spettacolo intanto che gli scommettitori in giacca e cravatta esultano o si aggirano sotto il reticolato di ferro. Qui hanno perduto la sillaba er e si chiamano con il solo nome di battesimo. Qui i caseggiati sono degli anni Venti, rimandano a lobbie e agro romano, a baffi e bastoni da passeggio... Ora mi aggiro tra cavalli e fantini e mi sembra di aver vinto una somma pazzesca senza aver puntato neppure una vecchia lira. I fantini sono pugili piuma; i cavalli sono da delirio. Vorrei essere Duilio Cambellotti per modellarli. Hanno caviglie da miss Universo. Hanno fremiti di passione. Hanno mantelli vellutati per abito. Hanno sangue leggero. Hanno vene e nervi che ricordano i fiumi del paradiso terrestre. Hanno passo di danza. Hanno l’odore della natura. Hanno nel cuore il destino, la bellezza, il sogno, la vittoria. Sono loro il gioco!
Così va a finire che grazie alla gentilezza di Elio Pautasso, che ne è il responsabile, posso accedere alla «tribuna peso», dove appunto i fantini vengono pesati prima e dopo la gara. Veramente qui non avrei mai potuto mettere piede. Si entra solo e rigorosamente in giacca e cravatta. Io invece sto acconciato come un cowboy. I fantini indossano camiciole da Palio di Siena. Sono pugili-bambini che si preparano al gioco della giostra, e non della pista. Sono minuti davvero. E adesso che li osservo seduti sulla sedia che sta al centro della bascola meccanica, ancora di più mi divertono a immaginarli come pugili piuma e mosca molto simili ai galletti napoletani e amburghesi. Intanto sulla pista ci si lancia al galoppo, mentre i giudici vestiti di nero (commissari di gara, giudice di arrivo) di qua e di là sul terrazzo, sono seri che non si lasciano neppure guardare. La gara, sul dritto che misura ottocento metri, la sta conducendo «Ira Funesta». Penso che le riprese delle corse, gestite in una attrezzatissima sala con oltre quaranta monitor, tra dieci minuti sono su internet e da subito in diretta in tutta Italia nelle Agenzie Snai. Quanti italiani, allora, stanno scommettendo?
(16. Continua)