Scommettere è peccatoPeccato che in Italia scommettano tutti

Il gioco d’azzardo finanzia lo Stato e lo sport. E nessuno di noi resiste

La scena può essere questa: in coda in una qualun­que agenz­ia di scommesse o in una qualsiasi ricevi­toria del lotto o una tabaccheria a caso per prende­re un gratta e vinci, l’italiano medio legge il giornale e si in­digna. C’è l’ultimo scandalo calcioscommesse. C’è l’enne­sima puntata della vergogna dei calciatori corrotti. L’arti­colo racconta di Gervasoni che parla di tre partite di A truccate.

Nella pagina accan­t­o c’è un’enorme pubblicità di una so­cietà di betting, cioè di scommesse. È il grande paradosso nel quale vi­viamo. La cronaca ci mette di fronte alle storie di un manipolo di potenziali farabut­ti malati della stessa malattia che contagia milioni di italiani: il gio­co. Siamo immersi nella cultura della scommessa, della vittoria fa­cile, del sogno che si realizza, la vin­cita multimilionaria al SuperEna­lotto o il vitalizio da seimila euro al mese per vent’anni di «Win for Li­fe ».

In coda ci sono milioni di per­sone: gli ultimi dati raccontano che quest’anno gli italiani hanno speso 76,5 miliardi di euro al gio­co. È l’equivalente delle ultime tre manovre finanziarie. Soprattutto è una cifra mai raggiunta prima: ri­spetto all’anno precedente le gio­cate sono aumentate di 15 miliar­di, che in percentuale fa il 24 per cento. Cioè: si risparmia su tutto, o quasi, però si gioca sempre e co­munque. Gli psicologi metteran­no in relazione le cose: c’è crisi, la gente ci prova. Possibile, anche se un po’ autoassolutorio. La verità è che rischiare ci piace, è evidente.

Sarà l’emozione, sarà l’adrenali­na, sarà il desiderio, sarà l’irrefre­nabile voglia di diventare ricchi con la fortuna. Ci sono amici che si fiondano in una agenzia di scom­messe per giocarsi tre euro sulle partite del calcio belga. Ci sono al­tri che col caffè, ogni mattina, si comprano un «turista per sem­pre ».

Sono gli stessi che si indigna­no per la cricca del malaff­are pallo­naro che avrebbe taroccato le par­tite del campionato. Per carità, giu­sto arrabbiarsi: quei giocatori svendono l’amore della gente, di­struggono le nostre passioni, avve­lenano i pozzi dei nostri sogni. So­prattutto, sono dei bari e i bari fan­no schifo. Però il paradosso c’è. C’è a ogni svincolo di questa storia: c’è nel mondo del pallone perché per i tes­se­rati delle squadre di calcio sareb­be vietato scommettere, ma poi molte squadre prendono soldi da sponsor che di mestiere fanno pro­prio scommesse.

La Juventus è sponsorizzata da BetClic, il Lecce da BetItaly. All’estero il Real Ma­drid e il Bayern Monaco hanno sul­la maglia il lobo Bwin. Da noi c’è persino la lega di Serie B che è total­ment­e sponsorizzata da una socie­tà di betting. Da anni si chiama pro­prio SerieBwin. Ovvio che i calcia­tori sbagliano. Ovvio che le loro te­­lefonate, i loro accordi, le loro me­schinerie siano una vergogna per lo sport e per l’Italia. Loro sono il parente ricco ma viscido che alla tombola di Natale tiene il tabello­ne e tira fuori i numeri sbirciando pur vincere dieci euro. Loro sono il male, ma noi non trascuriamo le incongruenze del caso. Perché di contraddizione in contraddizione arriviamo ovunque.

Possiamo ar­rivare allo Stato, che attraverso i giochi, quest’anno, ha incassato quasi dieci miliardi di euro. Pensa­te che interessi o no all’erario che la gente spenda i suoi denari per tentare la fortuna? Pensate che al ministero delle Finanze, che am­ministra i Monopoli, che ammini­strano i giochi, faccia comodo o no che gli italiani si divertano a pro­varci? Lo Stato è il banco e il banco vince sempre. È la grande incoe­renza nella quale siamo invischia­to: a noi piace giocare, al Paese con­viene, poi ci accorgiamo che ri­schia di diventare una piaga socia­le, poi ci svegliamo e vediamo che ci sono i venduti che taroccano tut­to. Per salvarsi la coscienza si sono inventati lo slogan: gioca respon­sabilmente.

Lo scrivono ovunque con la speranza che poi nessuno segua l’indicazione. Perché con­vi­ene a tutti che gli italiani spenda­no il più possibile. Se non ci fermia­mo allo Stato arriviamo altrove: agli altri sport, per esempio. Quelli dove non girano gli stessi denari del pallone, quelli che adesso giu­stamente si arrabbiano perché lo­ro sono puliti, ma che si reggono grazie alla percentuale del volu­me delle scommesse che lo Stato gira loro attraverso il Coni. E dove si fa il volume massimo di giocate?

Sul calcio. È tutto un controsenso nel qua­le affondano le radici delle respon­sabilità precise. Perché dei colpe­voli chiari esistono: sono i venduti che distruggono lo sport per avidi­tà personale. Però loro e noi siamo immersi nel mare del delirio da gioco: che non è un male per forza, che non è il Demonio. Ci convivia­mo, coscientemente. Indignati. In­coerenti.