Scomparsi soldi, cappotto e scarpe di Magnani

Paola Setti

Lui avrebbe fatto uno dei suoi sorrisi sornioni e se ne sarebbe uscito con una di quelle battute dissacranti che non c’entravano niente e infatti spiazzavano anche gli interlocutori più agitati. Epperò si sarebbe arrabbiato, pensando che una cosa del genere può capitare a chiunque e «aggiunge un trauma al dolore di chi resta, le assicuro» dice Monica Magnani. Lei all’ospedale Galliera a chiedere indietro l’abito, il cappotto e le scarpe di suo padre c’è tornata due volte. «Guardi pure nei sacchi della spazzatura» le hanno detto. «E uno l’ho aperto, ma c’era la giacca di un altro. Poi non ce l’ho più fatta, anche perché ero con mia nipote, che ha 24 anni ma per me è sempre una bambina».
I soldi, quelli s’è rassegnata subito a non averli indietro, se pure fosse certa che ci fossero, «mio padre non usava carte di credito e portava con sé molti contanti, ma quando me lo hanno restituito, nel portafogli c’erano solo i documenti». Ma il vestito, ecco, quello se lo sarebbe portato via «anche strappato, mi sembrava decoroso, e che altrimenti sarebbe stato come averlo lasciato solo». Rubati? «Forse i soldi, ma chi poteva rubare il cappotto e le scarpe di mio padre, taglia extralarge e certo non l’ultimo modello di Gucci?». È amarezza quella di Monica, «perché penso che se è successo a lui, che pure è arrivato in ospedale con la metà dei consiglieri comunali ed era un esponente noto in città, evidentemente può capitare a tutti». E poi perché «chi era lì e magari lo ha pure soccorso, poi è stato ad aspettare che fosse morto, insomma». Chi è arrabbiato è l’autista di Rinaldo, Paolo Scriva, lui non si capacita: «Ci mancava solo questa, che già non si riesce a starci senza Rinaldo, dopo 11 anni 24 ore su 24».
Racconta Monica che lei al Galliera è arrivata quasi subito dopo l’ambulanza: «Lavoro in via Maragliano, che è lì dietro. Quando mi hanno avvertita che mio padre aveva picchiato la testa mi dicevo stai calma, sarà scivolato, non potevo immaginare. Nessuno pensava mai che lui si potesse ammalare». Quando è arrivata portafogli e vestiti non le sono certo venuti in mente e nessuno le ha consegnato nulla.
Un’attesa interminabile lì fuori dalla stanza di rianimazione, con i consiglieri che a Tursi avevano soccorso Rinaldo. Poi è arrivato il primario del pronto soccorso, Paolo Cremonesi. «Aveva già in mano il cappello che mio padre portava sempre, ci aveva messo dentro i suoi effetti personali, la catenina, la fede. Allora ho capito che papà non c’era più». Quello che non riusciva a capire, Monica, era la premura del dottore: «Avevo una borsa piccola e allora ho appoggiato il cappello su un tavolino a fianco a me. Ma lui mi ha detto di metterlo subito in borsa, prima che sparisse tutto».
Monica è tornata due volte a chiedere gli abiti del papà, poi si è arresa. Ieri gli ha dato sepoltura, ieri lo hanno ricordato il consiglio comunale e il consiglio regionale. Lui? «Se la sarebbe presa per le persone che non si possono difendere. Ma sempre con il suo sorriso. Come quando andavamo al cimitero a trovare mia madre e lui scherzava sui compagni di lapide, puliva la galleria e portava i fiori a chi non li aveva».