«È scomparso nel nulla, come a Ustica»

MilanoÈ prudente. Ma non nasconde un certo ottimismo sulla caccia alle cause del disastro: «Io, a distanza di anni dall’inabissamento del Dc-9 dell’Itavia, riuscii a recuperare la prima scatola nera. E negli anni Novanta pure la seconda, a 3.700 metri di profondità nel Mar Tirreno».
Rosario Priore è il giudice istruttore che a lungo studiò il disastro del 27 giugno 1980 in cui perirono 81 persone. Oggi la tragedia dell’Airbus fa tornare d’attualità quel dramma.
Perché?
«Quel che colpisce è l’istantaneità. Di colpo l’aereo è sparito nel nulla. Nemmeno una voce, nemmeno una comunicazione, nemmeno un mayday. Oggi come allora».
Secondo «Le Monde», la dispersione dei resti in un’area molto estesa indica un’esplosione in quota.
«Andrei con cautela. Certo, anche a Ustica, che poi non era Ustica perché il velivolo precipitò semmai vicino Ponza, i rottami furono trovati in un rettangolo molto esteso».
Questo dato potrebbe far propendere per un attentato?
«Sì, è un elemento a favore di questa tesi. Ma attenzione: un’esplosione in quota può avere anche altre spiegazioni, può pure essere provocata da un insieme particolarmente sfortunato di concause».
Dunque?
«La verità è che in questo momento non abbiamo certezze cui appoggiarci. E poi che attentato sarebbe?».
Non c’è rivendicazione.
«È tutto molto strano se si tratta di una bomba. E poi contro il Brasile, che non mi pare un obiettivo sensibile?».
La Francia?
«Sì, forse è più facile immaginare un attacco a Parigi, ma brancoliamo nel buio».
Senza scatole nere sarà molto dura?
«No, le indagini si fanno con le scatole nere ma anche con le immagini prese dai satelliti. E soprattutto, con i rottami. Noi, con due successive campagne, la prima condotta dai francesi con un batiscafo, la seconda dagli inglesi con un minisommergibile guidato a distanza, riuscimmo a recuperare quasi il 90 per cento dei resti».
Addirittura?
«Pensi che ritrovammo perfino i gettoni che i passeggeri avevano in tasca. Persino le ossa spolpate incastrate nei rottami dell’aereo. Noi stabilimmo con certezza che il velivolo era andato in pezzi all’istante, ma non solo quello».
Che altro?
«Per fare un esempio, le mascherine dell’ossigeno, completamente inutili in quella devastazione, erano scese regolarmente sulle teste dei poveri passeggeri. Posso dire che gli inglesi e i francesi furono molto bravi: si trattò di campagne costose e faticose, ma fruttuosissime. E credo che con le tecnologie di oggi si possa fare molto di più: il sottomarino francese Nautile, a quanto leggo, può arrivare a seimila metri».
Che cosa salterà fuori?
«Nel mare si trova di tutto. Noi fra l’altro, in fondo al Tirreno, c’imbattemmo in una nave romana colma di anfore, un galeone spagnolo, un aereo tedesco abbattuto nella Seconda guerra mondiale».
Che fine hanno fatto?
«Sono ancora in fondo al mare».
Le scatole nere?
«Le trovammo».
Fortuna?
«No, calcoli complessi. Si segue la scia dei rottami e alla fine, lo dico con un po’ di presunzione, si va quasi a colpo sicuro. Adesso che trasmettono un segnale di richiamo, trovarle è ancora più facile».
Poi bisogna leggerle.
«Sono indistruttibili. La prima mi diede un sacco di elementi. L’altezza dell’aereo, la velocità. Poi saltò fuori dalle registrazioni interne alla cabina di pilotaggio quel fonema, “gua”, probabilmente pronunciato dal comandante».
«Gua»: che vuol dire?
«Abbiamo fatto molte ipotesi. Ritengo che avesse visto un aereo, un caccia, un attimo prima dell’impatto».
Ma perché cadde il Dc-9?
«Ci fu una manovra compiuta da alcuni caccia che inseguivano un Mig che a sua volta si nascondeva sotto il Dc-9. Su cosa sia accaduto, si possono fare solo ipotesi: missile, near collision. O altro ancora. Certo, noi fummo aiutati dai radar. Qua, in mezzo all’oceano, invece, i radar non vedono. E anche le ricerche dei rottami sono più difficili. Ma con pazienza si può andare lontano».