Scomparso a novantuno anni il regista che lanciò Catherine Spaak, Dalila Di Lazzaro, Nastassja Kinski, oltre alla futura moglie, Carla Del Poggio Addio a Lattuada, lo scopritore delle dive

È «Una spina nel cuore» dell’86 la sua ultima pellicola

È morto ieri nella sua casa di campagna vicino a Roma dopo una lunga malattia il regista Alberto Lattuada. Era nato a Milano nel 1914. I funerali si svolgeranno domani alle 10.30 a Roma nella chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo.


Regista del senso del bello senza senso di colpa, Alberto Lattuada è morto ieri a novantuno anni, diciannove dopo Una spina nel cuore, l’ultimo suo film. Questo lungo silenzio aveva coinciso con la crisi del nostro cinema e della sua salute, durante le quali gli è rimasta vicina Carla Del Poggio, sposata nell’aprile 1945, diretta ne Il bandito, in Senza pietà, ne Il mulino del Po e in Luci del varietà, il film dei risparmi andati in fumo e delle mogli mandate in scena, visto che l’interpretano la Del Poggio e la Masina, moglie del co-regista, Federico Fellini.
La Del Poggio non è stata la prima delle attrici imposte da Lattuada: Marina Berti era apparsa nel suo film d’esordio come regista, Giacomo l’idealista (dal romanzo di De Marchi), prima di celarsi sotto pseudonimo (Maureen Melrose!) nel dopoguerra, per aver lavorato per il cinema della Repubblica sociale; e Mariella Lotti era apparsa ne La freccia nel fianco (dal romanzo di Zuccoli). Poi ci sarebbero state May Britt con La lupa (dal racconto di Verga), Jacqueline Sassard con Guendalina; Pascale Petit con Lettere di una novizia (dal romanzo di Piovene); Catherine Spaak con I dolci inganni; Dalila Di Lazzaro con Oh, Serafina! (dal romanzo di Berto); Terry Ann Savoy con Le farò da padre; Nastassja Kinski con Così come sei; Barbara De Rossi e Clio Goldsmith con La cicala (dal romanzo di Prinetto e D’Aunia).
Lattuada frequentava le sue ninfette anche fuori dal set. Nelle memorie l’ha raccontato, con questo dettaglio. Poiché la verginità, specie quella minorile, era ancora una virtù, lui si premuniva così: «Signora, permette che ami vostra figlia?». Ma anche maggiorenni e maggiorate gli dovevano momenti importanti della loro carriera: Martine Carol con La spiaggia (un capolavoro); Silvana Mangano con Anna.
Ma il fauno Lattuada non deve mettere in ombra il regista Lattuada: colto, eclettico, brillante, corrosivo, determinato. Quando i produttori s’entusiasmavano per il neorealismo - scarsi incassi, ma minimi costi e buone critiche assicurate -, il «calligrafico» Lattuada li accontentava a modo suo. Nel 1946 firmava così Il bandito, che innanzitutto si svolgeva non a Roma, ma a Torino; che aveva come protagonista Amedeo Nazzari, eroe del cinema «fascista»; e che fondeva, sullo sfondo del dopoguerra italiano, estetica espressionista tedesca e trama gangsteristica hollywoodiana. Sempre Torino, l’anno dopo e con Risi come assistente, Lattuada girava Il delitto di Giovanni Episcopo, tratto da un romanzo del «fascista» D’Annunzio, avendo come protagonista la star italiana del momento, Aldo Fabrizi, affiancato dall’ancora sconosciuto Alberto Sordi (poi, sempre per Lattuada, eccellente in Mafioso).
Nel 1947 Lattuada raccontava sì il dramma delle ragazze in un Paese vinto con Senza pietà, ma l’ambientava non in una borgata sul Tevere, ma fra Livorno e Tombolo, nella pineta diventata rifugio di disertori americani e delinquenti italiani. Nel luglio 1948 Lattuada stava girando Il mulino del Po, dal romanzo di Riccardo Bacchelli, quando, alla rivoltellata di Pallane contro Togliatti, scoppiava lo sciopero generale: fra tutte le troupe attive in quel momento, quella di Lattuada fu l’unica a infischiarsene, sebbene girasse in una regione più rossa di altre. E Il mulino del Po rimane uno dei rari film a opporre i poveri ai ricchi, non i buoni ai cattivi.
La stessa interpretazione paretiana caratterizza La spiaggia, sceneggiato da Charles Spaak (padre dell’allora bimba Catherine), dove una prostituta, in vacanza con la figlia a Spotorno, diventa una reietta fra i pensionanti quando ne scoprono la professione, salvo tornare una signora appena il ricco del posto le offre il braccio. Idem per Scuola elementare, girato a Milano, dove Alberto Rabagliati interpreta l’industriale che vuole «comprare» la promozione del figlio asino. E a Milano, fra la borghesia già declinante del consumismo, avrebbe ambientato anche L’amica.
Considerato progressista per qualche dichiarazione di voto a sinistra, Lattuada è stato però il regista di due film controcorrente in epoca di «compromesso storico»: Cuore di cane (dal romanzo di Bulgakov), dove sbeffeggiava apparentemente il bolscevismo di sessant’anni prima, ma sostanzialmente l’egualitarismo sindacale, allora di gran moda; e Oh Serafina!, dove bollava non la nota coalizione di politica e denaro, ma il rovesciamento dei rapporti di forza che ne fa ora la coalizione fra denaro e politica. Anche per questo Lattuada ci mancherà.