Scompenso, una vera epidemia

L’invecchiamento della popolazione fa crescere il numero dei pazienti colpiti da insufficienza cardiaca

Ignazio Mormino

La cardiologia italiana? È in buona salute e non ha nulla da invidiare alla cardiologia americana, che gode di mezzi molto più ampi. L’affermazione è di Francesco Fedele, titolare della prima cattedra di questa specialità alla «Sapienza» di Roma e autore di studi fondamentali sulla trombosi, sulle sue complicazioni e più in generale sulle degenerazioni della parete arteriosa.
Il professor Fedele sostiene che si va verso una significativa diminuzione della mortalità cardiovascolare, soprattutto della mortalità per infarto; ma questa buona notizia è messa in ombra dalla crescente diffusione dello scompenso cardiaco, che è una vera disgrazia, perché la vita degli scompensati è spesso angosciosa. Proprio in questi giorni è stato annunziato un trial internazionale destinato a studiare i vantaggi dell’applicazione di pacemakers biventricolari su pazienti scompensati (la scuola romana di Fedele, chiamata a parteciparvi sta già reclutando i primi cento pazienti).
I pacemakers rappresentano senz’altro un grande progresso; ma la cardiologia - dice il professore - ne ha fatti tanti. «Basti pensare all’ecocardiografia», spiega «che è ormai uno strumento diagnostico indispensabile, o agli stent medicati, che hanno notevolmente ridotto il numero degli interventi a cuore aperto». L’ottimismo non deve però cancellare ogni riserva critica: «Il cardiologo ha il dovere di scegliere la terapia caso per caso, adattandola volta per volta alle condizioni cliniche del paziente. Ho imparato dal mio maestro, il professor Dagianti, che ogni rimedio può dare vantaggi, ma ha sempre dei limiti».
Un consiglio che Francesco Fedele si sente di dare a tutti i cardiologi è questo: «Non perdete di vista i vostri pazienti, cercateli anche quando non si fanno vivi perché credono di essere perfettamente guariti. Ricordate loro che un controllo pressorio almeno mensile serve ad allontanare i pericoli di infarto, di ictus e di scompenso. L’ipertensione arteriosa è diventata la più grande nemica dell’umanità. L’invecchiamento della popolazione non può che aggravare la situazione».
Ultima, necessaria riflessione: a che punto siamo sul piano della prevenzione? È vero che la cardiologia è totalmente ignorata? «No, replica il professor Fedele, qualcosa si fa. È positivo che le tre società scientifiche dell’area cardiologica stiano tentando di elaborare un programma comune per ottenere azioni concrete almeno sul piano dell’informazione. Certo, è ancora poco; ma c’è la volontà di coinvolgere lo Stato, facendogli comprendere che - se interviene - non solo salva molte vite ed evita molte sofferenze, ma risparmia miliardi».
Conclusione: ottimista o pessimista? «Ottimista... anche se lo scompenso cardiaco diventerà una vera epidemia, anche se l’Università ha pochi fondi per la ricerca, anche se l’ipertensione è sottovalutata e la prevenzione zoppica... Ottimista, ripeto. Ottimista convinto».