Lo sconcerto di Napolitano: pensano solo alla resa dei conti

Il capo dello Stato preoccupato dal disinteresse dei partiti alla crisi
europea Se cade Berlusconi, né ribaltoni né voto. L’ipotesi di un
mandato a Schifani

Roma - Niente comunicati, nemmeno uno straccio di commento ufficioso. Sulla situazione politica il Quirinale fa sapere di non avere «proprio nulla da dire». Ma anche in una domenica così, d’attesa, Giorgio Napolitano trova il modo di far capire come intende gestire la crisi: né urne, né ribaltone, sul Colle si lavora alla ricerca della terza via. L’avviso ai naviganti, il «messaggio nella bottiglia», stavolta è quasi nascosto dentro la lettera di saluto alla giornata nazionale del volontariato: il cosiddetto «terzo settore», scrive il capo dello Stato, «è una linfa vitale della nostra convivenza e va sostenuto proprio in questo momento di particolari difficoltà economiche».
Ecco il punto chiave, «le difficoltà economiche» del Paese. Alla vigilia di una robusta emissione di titoli di Stato, con Irlanda, Spagna e Grecia già aggredite dalla speculazione internazionale, con un cruciale Consiglio europeo che il 16 e il 17 dovrà riscrivere il patto di stabilità, Napolitano teme che, come ha scritto il Financial Times, «la tempesta dell’eurozona» si diriga anche verso l’Italia. Al Quirinale non si capacitano del disinteresse mostrato dai partiti su quanto sta succedendo all’euro. In Italia si guarda solo alla resa dei conti del 14. Eppure non è questo il momento di vuoti di potere e di campagne elettorali laceranti, non ce lo possiamo permettere, serve semmai, appunto, «sostenere la convivenza». Ma non si può nemmeno mettere in piedi un governo a qualunque costo, un multicolor pasticciato, con i vincitori delle elezioni fuori da Palazzo Chigi. E visto che i tanti appelli pubblici al senso di responsabilità non bastano più, il presidente sta preparando un piano B.
Dunque, se cade Berlusconi, niente scioglimento flash e niente ribaltoni. Non resta allora che lo schema 2008, e cioè mettere in pista la seconda carica dello Stato per vedere se si può salvare la legislatura. Renato Schifani, presidente del Senato, potrebbe quindi avere un mandato esplorativo, esattamente come avvenne due anni fa con Franco Marini all’epoca del collasso del governo Prodi. Schifani potrebbe verificare se ci sono i numeri per mettere in piedi (con lui o con un altro del centrodestra a Palazzo Chigi) un esecutivo capace di garantire la, chiamiamola così, continuità aziendale del Paese per portarlo al riparo dai rischi. Ma questa soluzione richiede un governo «di profilo» con la partecipazione attiva di Pdl e Lega.
Fantapolitica? A una settimana dal D-day, è impossibile fare previsioni serie. Oggi come oggi infatti la spaccatura è netta e non si intravedono nemmeno le condizioni per quella «assunzione di responsabilità» richiesta dal capo dello Stato. Ma otto giorni sono tanti, tutto può accadere. E quale che sia l’esito del voto sulla fiducia martedì 14, il capo dello Stato è stufo di essere strattonato dall’opposizione, che disegna ipotesi future con nuovi premier, e dalla maggioranza, ferma sulla linea «fiducia o voto». Napolitano, che non vuole essere «coinvolto nel gioco dei tatticismi», eserciterà «con il consueto rigore» le sue prerogative costituzionali. Tradotto significa che, se il Cavaliere andrà sotto e si aprirà una crisi formale, Napolitano non scioglierà subito le Camere ma aprirà le consultazioni formali.
I partiti sfileranno nello studio alla Vetrata per un ricognizione preliminare e dovranno scoprire le carte. Dopo il voto sulla fiducia le cose saranno per forza più chiare, gran parte della nebbia di «tatticismi» si sarà diradata. Se il Cavaliere verrà davvero disarcionato, potrebbe quindi provarci Schifani. Se fallisse anche lui, le elezioni sarebbero più vicine.