Sconfiggere i nuovi conformismi

Perché il 28 e 29 maggio, il centrosinistra ha raccolto alcuni successi locali, nonostante la maggioranza di governo appaia impresentabile per insensibilità istituzionale (massime cariche dello Stato distribuite con una logica da Unità sanitaria locale), furia lottizzatrice, minacciosità fiscale e caos programmatico? Si spiega tutto con stanchezza di elettori ed esagerazioni berlusconiane nei toni?
Per come si è venuto formando lo Stato italiano, le tendenze all'escludere dai giochi le opposizioni sono ricorrenti innanzi tutto sul più semplice terreno locale, dove la radicalità delle opzioni è minore. L'assimilazione di tutte le amministrazioni alla stessa formula in regioni, ricche di flussi di spesa pubblica, come la Calabria o la Toscana. Certi rovesciamenti di fronte così omogenei del voto locale (come a Crotone) non indicano solo la qualità di nuovi candidati, ma l'affermarsi di nuovi conformismi. In alcune aree l'opposizione (da Salerno a Siena a Cosenza) diventa questione interna alla sinistra come per le prime elezioni nella Russia gorbacioviana. Più in generale in grandi città come Torino, Roma, Napoli, al di là dei talvolta abili amministratori, paiono prevalere blocchi di potere urbano che in simbiosi e coerenza con l'establishment nazionale (piccolo per autorevolezza ma non per pervasività) fondono in una rete di alleanze finanziarie, immobiliaristiche ed editoriali. Chi compara la cronaca romana di un grande quotidiano del Nord (così elegiacamente veltroniana) a quella, così pungente, milanese, ha un'idea precisa di come si consolida un potere dotato già di formidabile base negli antichi sistemi di consenso della sinistra e di parte non secondaria della Dc.
Affrontare questo sistema di potere, con la retorica della buona volontà istituzionale, con il «moderatismo dei toni» più che dei contenuti, è scegliere il destino della cavalleria polacca contro i tank tedeschi. Larghe fette della società italiana vanno anche «liberate» da vecchie e nuove acquiescenze, o non ci sarà speranza di costruire una vasta presenza del centrodestra sul territorio. Ecco, anche, perché il referendum costituzionale del 25 giugno è fondamentale. È lo spirito delle riforme costituzionali che diventa base per una ripresa politica del centrodestra: un premier dotato di poteri reali che eviti le figure da pasticcione di Romano Prodi. Un Senato che non replichi le funzioni delle Camere imbrigliando in un iter defatigante l'attività legislativa e di governo. Una chiara definizione dei poteri delle Regioni e dello Stato che impedisca le sovrapposizioni di funzioni (gioia dei politici che della paralisi fanno la loro risorsa fondamentale), e che dia base all'unica soluzione dei problemi dell'enorme debito pubblico, cioè il federalismo fiscale. Sono queste «riforme» che ancora possono dare un'anima liberale all'Italia, dopo il pasticciato pareggio del 9 e 10 aprile. Per farle, serve «spirito costituente»? In parte sì: è utile riflettere sulle correzioni da introdurre assieme anche al centrosinistra, se passa il referendum. Per altro lato, va superato un aspetto dell'antico spirito costituente che ci dotò di una Carta per alcuni versi paralizzata dalla paura per il recente passato fascista e per il possibile futuro immerso nei drammi della Guerra fredda. Quello «spirito costituente», quelle «paure» oggi superate spinsero a imbrigliare l'Italia in un sistema di procedure che consolidava la sua antica anima immobilistica e centralistica. Oggi «paure» e «spirito» vanno lasciati da parte. Per affermare una Costituzione efficace, e dunque liberale e democratica