LA SCONFITTA DELL’IDEOLOGIA

Chissà quale faccia basìta avrebbero fatto, gli esperti di politica del secolo scorso, se avessero potuto assistere ai dibattiti di questi giorni. Che cos’è, infatti, che divide veramente il mondo politico di oggi? Le grandi ideologie? I massimi sistemi? Macché. Si discute - e si litiga - su ben altre questioni: sull’eutanasia, sulle coppie di fatto, sui matrimoni gay, su come si possono adottare i bambini e perfino su come li si possono mettere al mondo.
Insomma: sull’«etica», se vogliamo utilizzare una definizione un po’ pomposa. Ma se vogliamo parlare con un linguaggio più semplice, dobbiamo dire che al centro del dibattito politico c’è la nostra vita quotidiana. Il nascere e il morire, lo sposarsi e la famiglia. In una parola, il nostro «privato».
È un fatto certamente imprevisto dai politologi del Novecento, il secolo detto (giustamente) «delle ideologie». La prospettiva marxista, ad esempio, ne esce totalmente rovesciata. Secondo Marx, la struttura della società era la politica, mentre il «personale» era solo una sovrastruttura.
Ma non solo il marxismo: tutta la modernità è stata in qualche modo segnata dalla convinzione che sarebbe stata la politica a dettare ai singoli le regole di comportamento. Ricordate il Sessantotto? Uno degli slogan più gettonati era «il privato è politico». Perfino in camera da letto: si cercò di imporre la «coppia aperta» - stile di vita secondo il quale ciascuno doveva condividere la propria compagna con altri - e ci vollero i film di Nanni Moretti per gettare in ridicolo il contrasto tra l’obbedienza al Verbo del Movimento e la naturale, inestinguibile gelosia che stringeva alla gola il compagno cornuto.
La realtà si è presa una clamorosa rivincita sull’astrazione, dimostrando che la struttura della società è proprio il «personale», e che la politica è una sovrastruttura che deve cercare di gestire le richieste che vengono dai singoli. Insomma: non è vero che «tutto è politico» (altro slogan del Sessantotto): al contrario, tutto è privato.
Si obietterà che proprio in questi giorni da più parti si dice che ora è la politica che deve regolamentare casi come quello di Welby, o i Pacs. Verissimo. Ma lo deve fare proprio perché è costretta a farlo. Perché ha dovuto prendere atto di istanze che vengono dal basso, cioè dai singoli, e non dall’alto. Quando si è pensato di applicare al popolo linee di comportamento suggerite dalle élite, si è andati incontro a clamorose smentite, come il risultato del referendum sulla procreazione assistita o come le ultime presidenziali Usa.
Ma c’è di più: la politica, certamente, può e deve dare delle norme. Ma la difficoltà che sta incontrando nel dare risposte a casi come quelli del povero Welby (o ai problemi della famiglia) dimostra che di fronte a certe questioni riesce solo a balbettare. Non è e non può essere - a differenza di ciò che pensavano i grandi ideologi del Novecento - la risposta al nostro desiderio di felicità, né tantomeno alle nostre domande sul senso della vita. Disse una volta Eugène Ionesco: «La donna che nessuno ama, l’uomo cui diagnosticano un cancro, il pensionato sulla panchina, l’anonimo o l’illustre che si fa la barba e, guardandosi allo specchio, si chiede che ci fa lì: tutti costoro non furono né mai saranno consolati da alcuna politica».