Sconfitta firmata

Una ragazza di appena 21 anni, Ana Carolina Reston, di professione modella, è morta per anoressia. La notizia ha qualcosa di incomprensibile, di tragicamente immotivato: come può una ragazza giovane, bella, fortunata, arrivare a sacrificare la propria vita al mito della magrezza? L’anoressia è la nuova malattia simbolica della sofferenza femminile nell’Occidente contemporaneo, simile a ciò che per le donne dell’Ottocento è stata l’isteria. La taglia 40 non è solo un miraggio estetico affannosamente inseguito, il numero perfetto a cui tendere, come, in altri anni, la famosa triade 90-60-90, misura petto-vita-fianchi sbandierata dalle maggiorate dello schermo.
La magrezza flessuosa ed efebica esibita oggi dalle modelle esprime altro: una volontà ferrea di controllo su se stesse, la tensione verso un nuovo potere femminile che agisce in primo luogo sul corpo, fino a negarne i bisogni più elementari e a sottometterlo completamente. Il corpo «controllato», non è più parte integrante della personalità individuale e dell’identità sessuale, ma un’appendice senza vita propria, qualcosa di totalmente manipolabile. Non deve mutare, non deve invecchiare, non deve raccontare nulla. Soprattutto, non deve generare. La maternità è il tabù silenzioso, l’ombra che grava sui modelli di femminilità proposti dalla nostra cultura. Non tanto per le piccole tragedie estetiche che accompagnano la nascita di un figlio, dalle smagliature all’inesorabile allargamento del giro vita: ma perché la maternità è l’apoteosi del corpo che vive di vita propria, anzi, della propria e di quella di qualcun altro. Mai come durante la gravidanza il corpo femminile si manifesta nella sua irriducibile e autonoma realtà, e chiede di essere seguito, interpretato, accontentato. L’antica consuetudine di soddisfare ogni stravagante richiesta di cibi insoliti delle donne incinte, testimoniava l’impero del corpo che genera, la sua segreta e indiscutibile sapienza.
Ma la maternità, oggi, è sempre più un evento privo di quella qualità assolutamente carnale che l’ha accompagnata nei secoli e che ha mantenuto fino alla metà del Novecento. Prima è stata separata dal desiderio amoroso, dalla casualità dell’attesa, e iscritta in un ordine arbitrario a cui l’ordine ciclico e naturale della fertilità avrebbe dovuto assoggettarsi. Il figlio si programma, non arriva mai per caso, va inserito nella casella giusta, quella che, nel nostro progetto di vita, abbiamo previsto per lui. Un figlio non voluto è solo un incidente di percorso, è un ospite che arriva a casa nel giorno sbagliato. Poi il concepimento è stato trasferito nei laboratori, e la maternità, ricreata in provetta, è stata resa perfettamente asettica e artificiale. Cosa resta, oggi, dell’antica competenza materna, del rapporto profondo tra lo straordinario potere femminile di dare la vita e la cultura delle donne? Il corpo femminile, reso muto, costretto a uniformarsi a regole innaturali, si ribella affermando la sua prevalenza sulla volontà cosciente. Così accade che si consumi in silenzio, e muoia, prendendosi la sua ultima, terribile rivincita.