Sconfitta in Irak, Al Qaida punta tutto sull'Afghanistan

Nel suo comunicato di lunedì, Hamid Karzai non avrebbe potuto essere più esplicito: «La responsabilità degli attentati, delle violenze e della ripresa dei talebani in Afghanistan è dei servizi segreti pachistani». Il presidente afghano, che deve affrontare una difficile elezione tra pochi mesi, ha tutto l’interesse ad addossare la responsabilità del deterioramento della situazione a un «nemico» esterno. Ma nel suo atto di accusa c’è una buona parte di verità: senza l’aiuto o la complicità del famigerato Isi, i servizi segreti d’Islamabad, sarebbe stato impossibile per i talebani, da sempre braccio armato di Al Qaida nella regione, trasformare le cosiddette aree tribali al confine tra i due Paesi in un santuario in cui addestrare i combattenti, preparare gli attacchi e lanciare la nuova offensiva che sta mettendo a dura prova i 70mila uomini della Nato e l’esercito afghano che li affianca.

Ma c’è di peggio: negli ultimi mesi, i pachistani hanno tollerato un costante flusso di jihadisti affiliati ad Al Qaida - sauditi, yemeniti, uzbeki, ceceni - dall’Irak verso il fronte afghano. Si tratta di centinaia di uomini, che arrivano o in aereo dalla Siria o via terra dopo avere attraversato l’Iran e il Balucistan. Questo spostamento di effettivi è ormai talmente consistente che, secondo l’intelligence americana, può soltanto significare un radicale cambiamento di strategia da parte di Osama Bin Laden: persa ogni illusione di potere vincere la guerra in Irak, dove le stesse tribù sunnite si sono ribellate ai suoi metodi spietati, Al Qaida avrebbe deciso di concentrare nuovamente le sue energie sull’Afghanistan, dove gode ancora di ampi consensi presso la popolazione pashtun e la disponibilità di una base sicura in territorio pachistano le agevola le operazioni. La svolta trova conferma anche sui siti web legati all’estremismo jihadista, che hanno ripreso a indirizzare gli aspiranti combattenti verso le aree tribali pachistane. Qui il controllo dei talebani è pressoché totale, al punto che, a fine giugno, si arrivò a temere che potessero addirittura impadronirsi della città di Peshawar: impongono tasse, amministrano la giustizia secondo la sharia, la legge coranica, gestiscono il contrabbando. Al comando di Baitullah Mehsud, considerato un fedelissimo di Osama, hanno soppiantato l’autorità governativa. Quando a Islamabad governava il presidente Pervez Musharraf, l’esercito pachistano tentava di tanto in tanto - per l’insistenza degli americani - di contrastare il loro predominio, ma ora che il potere è in mano a un governo «democratico» debole e minato da contrasti interni la pressione è inesistente.

Washington si rende conto che, se il santuario di Al Qaida nella zona di frontiera si rinforzasse ulteriormente, ogni speranza di vincere la guerra sarebbe compromessa: ma, da un lato, non ha più l’influenza per spingere i pachistani all’azione, dall’altro si rende conto che un suo intervento diretto in territorio pachistano avrebbe conseguenze diplomatiche disastrose. Intanto, gli effetti della ripresa qaedista si fanno già sentire: nei primi sei mesi del 2008 gli attacchi dei talebani sono aumentati del 40 per cento rispetto allo scorso anno e il numero dei caduti dell’Alleanza atlantica è stato il più elevato di sempre. Il generale David McKiernan continua a chiedere rinforzi ma, mentre le truppe dell’alleanza aumentano con il contagocce, dal Pakistan continuano ad arrivare nuovi jihadisti, che rimpiazzano senza difficoltà quelli che la Nato riesce a eliminare.