SCONFITTA

Che le primarie siano un fatto democratico è discutibile. Se tutte le manifestazioni che hanno carattere popolare fossero riconducibili alla democrazia, anche i regimi autoritari lo sarebbero perché sono quelli che hanno maggiormente riempito le piazze. La democrazia esiste solo quando è organizzata dalla legge e offre a ciascuno la libertà e l'uguaglianza del voto. Quando essa diviene manifestazione di una identità politica, essa esprime la realtà di questa forza: ciò è conforme alla democrazia ma altra cosa da essa. La democrazia conosce la militanza ma non si fonda sulla militanza.
Le primarie della sinistra sono frutto di organizzazione e di militanza, il Ds, erede della struttura organizzativa del Pci, ha mantenuto la forma organizzativa territoriale come caratteristica del suo esistere ed ha creato, attorno a sé, una serie di organizzazioni sociali che, a partire da strutture sindacali e parasindacali, coprono tutta la fascia del Paese. È la potenza della militanza l'essenza della democrazia? Certamente no, ma la forza della sinistra italiana è la militanza, il sentimento di costituire una differenza morale, di esprimere, nel suo stesso esistere, una qualità più alta del carattere puramente formale del voto. Coloro che militano hanno più coscienza politica di quelli che non militano e quindi hanno più diritto di determinare le scelte del Paese proprio in base alla loro differenza. Sottilmente il principio che la rivoluzione è la vera democrazia circola ancora nell'aria. Il nostro Paese ha conosciuto la cultura fascista e quella comunista e l'una e l'altra sono reciprocamente l'esempio di una continuità storica. Il fascismo prese dalla sinistra l'idea di rivoluzione, il partito comunista prese dal fascismo l'idea del controllo del potere di un regime capitalista.
Il messaggio che viene all'elettore comune, quello che non milita, è una espressione di forza, è infine in forma sottile l'ostensione del potere di minoranza. Chi non partecipa al grande rito si sente diverso. La democrazia fa intervenire la legalità a tutela della libertà del singolo, non a quella dell'ostensione delle minoranze. Se, come il Riformista sostiene, le primarie dovessero diventare una prassi comune, avremmo una preselezione prima della elezione, l'organizzazione delle minoranze prima della manifestazione delle maggioranze, una coartazione della libera scelta degli elettori.
Erroneamente le primarie sono state presentate come una prova tra Prodi e Bertinotti, ma Bertinotti e il suo partito non hanno dato questo carattere alla loro azione di propaganda relativamente modesta. Per la sinistra radicale era importante che Prodi vincesse perché egli ha bisogno del consenso dell'estrema per poter dar vita alla sua linea di alternativa totale a Berlusconi e alla Casa delle libertà. L'estrema sinistra soprattutto gli garantisce quello cui Prodi maggiormente tiene: la differenza etica.
Chi ha perduto nelle primarie? Mastella ha dichiarato di essere il perdente ma chi è veramente sconfitto è Rutelli, che vede ora Prodi e Parisi riparlare della lista dell'Ulivo al Senato e, a partire da questa, di ridiscutere la presentazione del simbolo dell'Ulivo nelle elezioni della Camera. Chi perde nelle primarie è il centro della sinistra. La Cdl deve prendere atto che, con le primarie, la sinistra ha fatto del suo titolo di minoranza militante la premessa per intimidire chi dissente e quindi a scoraggiare la democrazia nella sua realtà formale che è la sua sostanza politica.
bagetbozzo@ragionpolitica.it