Sconfitto chi voleva comunque procedere con gli altri imputati

da Milano

«Ragioni di economia processuale»: così, in modo decisamente stringato, ieri i giudici della Prima sezione del tribunale milanese decidono di sospendere, insieme al processo a Silvio Berlusconi, anche quello a carico dei suoi coimputati. Tutto fermo, fino a nuovo ordine. Almeno, cioè, fino a quando la Corte Costituzionale non avrà deciso se il lodo Alfano è o no legittimo.
Vista così, potrebbe essere una decisione quasi irrilevante. In realtà, la scelta del tribunale segna una bocciatura - per alcuni aspetti decisamente inaspettata - per una linea di pensiero e di battaglia. A comporla erano in primo luogo la Procura della Repubblica ma anche illustri giuristi e commentatori. La tesi di fondo era: la legge Alfano può impedire di processare Silvio Berlusconi, ma non impedisce di andare avanti col processo agli uomini che siedono insieme a lui sul banco degli imputati. Quindi il processo può andare avanti, con arringhe, requisitorie e sentenza. Conseguenza evidente: se i presunti complici di Berlusconi dovessero venire condannati, inevitabilmente gli effetti - mediatici e politici - della loro condanna si ribalterebbero anche sulla figura del premier.
Intorno a questa ipotesi si è combattuto nelle ultime settimane un silenzioso braccio di ferro. La Procura arroccata su una interpretazione letterale del lodo Alfano: che vale solo per le quattro maggiori cariche istituzionali, e non per i loro eventuali complici. «Se la legge - sostenevano in sostanza i fautori di questa tesi - avesse voluto prevedere il congelamento dell'intero processo lo avrebbe detto chiaramente. Invece il testo approvato dal Parlamento non ne fa cenno. Volerlo estendere ai coimputati è dunque una forzatura e un abuso». Dall'altra parte si ribatteva, come hanno fatto anche ieri in aula i difensori di diversi imputati, che andare avanti comunque col processo sarebbe stato devastante: in assenza di Berlusconi e dei suoi difensori, si sarebbe comunque giudicato se i fatti attribuiti al premier erano effettivamente accaduti. Col risultato, in caso di condanna, di condannare indirettamente anche il capo del governo: perché sia nel processo Mediaset, quello congelato ieri sia nel caso Mills, che arriva in aula oggi, le posizioni del premier e degli altri imputati sono connesse in modo indissolubile. Bisogna ora vedere cosa deciderà oggi Nicoletta Gandus, giudice del caso Mills. «Ma soprattutto in questo caso - dice Federico Cecconi, difensore di Mills - emettere la sentenza contro un solo imputato sarebbe una forzatura difficile da comprendere».