Sconto alla guardia giurata che uccise il tassista

Pena ridotta in appello per Aldo Montessoro, 57 anni, l'ex vigilante dell'ospedale San Martino di Genova che la sera del 23 giugno 2004, a Monterotondo di Gavi, nell'Alessandrino, uccise con quattro colpi di pistola il tassista genovese Alessandro Garaventa, 35 anni. Ieri, a Torino, ha patteggiato 16 anni di reclusione, contro i 18 inflitti in primo grado. L'accusa era di omicidio volontario aggravato. La pena è stata concordata dai difensori Giuseppe Lanzavecchia e Vittorio Spallasso con la Procura generale. I legali hanno rinunciato a chiedere la perizia psichiatrica, già respinta dal gup di Alessandria in occasione del precedente processo.
Secondo la sua stessa ricostruzione, la sera dell'omicidio, Montessoro, salito sul taxi alla stazione di Brignole, si era fatto portare nella zona di Gavi, dove era nato. Voleva suicidarsi, oppresso dai debiti e dalla malattia della moglie - ha poi spiegato agli inquirenti - e cercava una stradina di campagna, ma a causa del buio non riusciva a trovarla. Garaventa, che aveva finito il turno e aveva fretta di tornare a casa (la moglie gli aveva appena annunciato che sarebbe diventato padre), all'ennesima richiesta di rifare la strada di Monterotondo, aveva fermato il taxi dicendogli di scendere. Era nata una discussione e Montessoro esplose i colpi di pistola. Poi, a piedi, raggiunse la stazione di Arquata e salì sul primo treno per Genova. Per tre giorni continuò la solita vita poi, mentre la polizia cercava l'ultimo cliente della vittima, telefonò alla cognata dicendosi innocente e fuggì. Fu fermato a ottobre in Francia, in tasca aveva ancora l'arma del delitto, una pistola calibro 7,65. Estradato, cercò di negare, poi confessò piangendo.
In una lettera fatta pervenire al presidente e ai giudici della Corte d'appello di Torino attraverso i suoi legali, Aldo Montessoro rinnova la richiesta di scuse e perdono alla famiglia di Alessandro Garaventa. «Pur sapendo che tale perdono - aggiunge Montessoro - sarà impossibile ricevere perchè io stesso non riesco a perdonarmi». L'ex vigilante, che sta scontando la condanna per omicidio volontario aggravato nel carcere di Massa, ha preferito non partecipare al processo d'appello per non coinvolgere figli e moglie, le cui condizioni di salute sono peggiorate negli ultimi mesi.