Sconto di pena per l’assassino «È vulnerabile geneticamente»

TriestePer emettere una sentenza non basta più applicare i codici. No, a ogni giudice, d’ora in avanti, converrà dare un occhio ai manuali di scienza, magari partendo dai piselli di Mendel, così indigesti agli studenti di tutte le generazioni. Basta infatti che il corredo cromosomico riveli una sequenza particolare per ottenere uno sconto di pena e, magari, per evitare la galera. Il fortunato di turno che in Italia ha varcato queste nuove frontiere del diritto è un assassino che risponde al nome di Abdelmalek Bayout, algerino, a cui la Corte d’appello di Trieste ha riconosciuto uno sconto di pena perché, appunto, «vulnerabile geneticamente».
Prima di aprire il manuale di Mendel bisogna fare un salto indietro nel tempo. Precisamente al 10 marzo 2007 quando nei pressi del sottopasso ferroviario di via Cernaia, a Udine, si scatena una rissa. Il colombiano Walter Felipe Novoa Perez, 32 anni, viene colpito da tre coltellate e rimane stecchito sull’asfalto. C’è voluta un’intuizione della polizia dell’ospedale di Udine per la cattura, insospettiti per le cure richieste al pronto soccorso dall’algerino. La rissa aveva lasciato il segno anche su Abdelmalek Bayout e in poco tempo era stato possibile ricostruire quanto avvenuto in via Cernaia. Nel corso dell’interrogatorio l’algerino aveva ammesso le proprie responsabilità, motivando la sua violenta reazione: «Mi aveva preso in giro perché, per motivi religiosi, avevo gli occhi truccati col kajal».
Insomma, Bayout si era sentito, come dire, discriminato nella sua particolare pratica dell’islam e questo lo aveva indotto a colpire il colombiano con tre fendenti. Caso chiuso, come si dice. Restava solo da stabilire la pena.
Ancora non pensava di dover ricorrere ai testi scientifici sulla genetica, il giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Udine, quando, il 10 giugno 2008, in rito abbreviato, lo condannò a nove anni e due mesi di reclusione. Per carità, all’uomo della strada paiono già pochini questi nove anni di condanna a un uomo che ne uccide un altro a coltellate. Però le regole sono le regole, e il giudice non ha fatto altro che applicarle matematicamente, avendo cura di non applicare le aggravanti di premeditazione e i futili motivi, come invece avrebbe voluto il pm, che infatti aveva chiesto 14 anni di carcere. In compenso, aveva invece disposto una misura di sicurezza personale per tre anni, da applicare dopo che Bayout avesse scontato la pena.
L’avvocato difensore dell’algerino, Tania Cattarossi, decide però di fare ricorso, chiedendo il massimo di riduzione della pena sostenendo la seminfermità mentale dell’uomo. La Corte d’appello di Trieste prende in mano l’incartamento e, al termine di un’indagine cromosomica, stabilisce che l’imputato è «vulnerabile geneticamente» e, per questo, predisposto alla violenza. Risultato: la condanna viene attenuata di un anno (da 9 anni e 2 mesi, a 8 anni e 2 mesi).
La Corte d’appello scrive che la patologia psichiatrica di cui soffrirebbe l’imputato sarebbe stata «implementata dallo straniamento dovuto all’essersi trovato nella necessità di coniugare il rispetto della propria fede islamica integralista con il modello comportamentale occidentale» e che questo abbia provocato «un importante deficit nella sua capacità d’intendere e di volere ancorché non tale da obnubilare del tutto la sua capacità di comprendere il disvalore della propria azione né di esercitare, sotto il profilo volitivo, un controllo sui propri impulsi anche tenuto conto dei tempi intercorsi con quella che era ritenuta la causa scatenante». Linguaggio da azzeccagarbugli a cui si pone poi parziale rimedio osservando che «le differenze culturali e la fede religiosa professata non potrebbero costituire un fondamento giustificativo per un’aggressione a fini omicidi». Però restano i cromosomi. I medici hanno evidentemente rintracciato in Bayout quelli che la sentenza definisce «polimorfismi genetici significativi per modulare le reazioni a variabili ambientali fra i quali, in particolare per quello che interessa nel caso di specie, l’esposizione a eventi stressanti e a reagire agli stessi con comportamenti di tipo impulsivo». Chiaro, no?