Scontri anti Tav, il pm indaga su 30 no global

Il procuratore aggiunto Laudi assicura: «Il provvedimento non impedirà la regolare prosecuzione dei lavori»

Nostro inviato a Torino

Anche la magistratura ordinaria, dopo la bizzarra iniziativa della Corte dei conti che indaga sui poliziotti per aver danneggiato l'immagine dello Stato, si mobilita per gli scontri della scorsa settimana in Val Susa. Il procuratore aggiunto di Torino Maurizio Laudi ha riferito che è stato aperto un fascicolo dopo che la questura ha mandato un corposo dossier a Palazzo di giustizia. La prima iniziativa dei pm piemontesi è stata quella di mettere sotto sequestro l'area di Venaus, teatro degli scontri il 6 e l’8 dicembre, quei 35mila metri quadrati che i valligiani hanno riconquistato come fosse il loro personalissimo Fort Apache.
In base ai verbali, alle foto e ai filmati entrati nel fascicolo dell’inchiesta, sarebbero una trentina i no global sui quali pende il sospetto di aver provocato gli incidenti e i vandalismi del 6 e dell’8 dicembre. Nell’ordine di sequestro si ipotizzano i reati di violenza a pubblici ufficiali, occupazione abusiva, danneggiamento e devastazione. Al momento non sarebbero stati emessi avvisi di garanzia. Il procuratore aggiunto Laudi ha specificato che il provvedimento «non impedirà la regolare prosecuzione dei lavori», anche se di fatto il cantiere resterà fermo in attesa che si compiano le verifiche tecniche sull’opera decise sabato.
Il sequestro dell’area, ha precisato Landi, è «a scopo probatorio». Serve cioè per tutelare la «scena del crimine», per impedire che sia alterata e consentire agli inquirenti di svolgere gli accertamenti del caso. Sono terreni recentemente espropriati ora in possesso della Ltf, la società italo-francese Lyon Turin ferroviaire incaricata di realizzare il collegamento ferroviario veloce tra le due città, compreso lo scavo del tunnel che sbuca a Venaus e il collegamento in viadotto con la galleria di Mompantero. Il giudice ha affidato la custodia dei terreni ai legali rappresentanti di Ltf e Cmc, capofila del consorzio di imprese edili. È la famosa area che era stata presidiata a lungo dagli abitanti della Val Susa e che nella notte tra il 5 e il 6 dicembre la polizia aveva sgomberato per consentire ai mezzi tecnici delle ditte costruttrici di entrare e cominciare a operare.
La grande manifestazione dell'8 dicembre aveva segnato la simbolica «riconquista» della vasta superficie che si trova alle porte di Venaus: la recinzione era stata abbattuta, i macchinari danneggiati, gli alberi segati, l’erba riempita di ogni genere di rifiuti. Ma tra la grande folla di dimostranti pacifici (circa 30mila persone salite a piedi da Susa) si era mescolato un migliaio tra anarchici, black bloc e giovani dei centri sociali giunti da ogni parte d’Italia. Questi gruppi avevano attaccato il contingente posto a difesa del cantiere Tav: avevano lanciato oggetti, bastoni e bottiglie contro gli agenti che per difendersi hanno usato gas lacrimogeni. Negli scontri sono rimasti feriti alcuni dimostranti e una ventina tra agenti di polizia e carabinieri. Danni erano stati provocati anche a un’area contigua, di proprietà della Centrale idroelettrica dell’Aem Torino.
La riconquista però è stata puramente virtuale perché quello non è terreno pubblico ma privato. Infatti il mattino dopo, anche se la recinzione di plastica e paletti di ferro era stata abbattuta, la polizia impediva a chiunque di mettervi piede. «Lo steccato non c'è ma è come se ci fosse», spiegavano le forze dell'ordine. Adesso invece ci sono i cartelli di sequestro apposti dalla magistratura. Ieri mattina è stato il sindaco di Venaus, Nilo Durbiano, a dare per primo la notizia del sequestro pensando a un intervento che bloccasse i cantieri dopo il vertice di Roma. E nel pomeriggio Antonio Ferrentino, leader della protesta in Val Susa, ha riferito che la decisione della magistratura è del tutto estranea al verbale di Palazzo Chigi.
Intanto il sindacato di Polizia Coisp annuncia un esposto contro il magistrato della Corte dei Conti che aveva lanciato pesanti sospetti sull’operato delle forze dell’ordine nel corso del blitz notturno.