Scontro all’Onu per una poltrona al dittatore

I Paesi africani vorrebbero il regime di Harare alla guida di una commissione

Un Paese con l’inflazione al 2000%, la disoccupazione di massa, il razionamento dell’energia, del pane e del combustibile potrebbe guidare dai prossimi giorni la Commissione per lo sviluppo sostenibile dell’Onu. Stiamo parlando dello Zimbabwe, uno Stato sull’orlo della bancarotta, controllata da quasi trent’anni dal suo padre-padrone, il presidente ultraottantenne Robert Mugabe, accusato di violazione dei diritti umani (gli oppositori, per esempio, vengono torturati).
A causa del principio di rotazione adottato al Palazzo di Vetro spetta all’Africa guidare la Commissione per lo sviluppo sostenibile. La candidatura dello Zimbabwe ha un vasto appoggio nel Continente nero e ieri si discuteva la nomina di un suo rappresentante a capo della Commissione. Il governo di Harare ha indicato il ministro per l’Ambiente, Francis Nheme, come nuovo presidente dell’ente delle Nazioni Unite.
La notizia è stata data dalla Bbc, ma i Paesi occidentali sono insorti a cominciare dalla Norvegia. Il suo ministro allo Sviluppo, Erik Solheim, ha dichiarato: «Non pensiamo che lo Zimbabwe sia il Paese giusto per guidare la Commissione». Gli Stati Uniti, attraverso il portavoce del Dipartimento di Stato, Tom Casey, hanno appoggiato il «no» norvegese bocciando la candidatura dello Zimbabwe. Gli occidentali starebbero esercitando pressioni su numerose capitali per far cambiare il voto a favore del regime di Mugabe. La partita si gioca in queste ore.
Ieri lo Zimbabwe ha respinto le obiezioni dell’Occidente alla sua candidatura. «Cosa c’entrano i diritti umani con lo sviluppo sostenibile?», si è chiesto, parlando con la Bbc, l’ambasciatore di Harare all’Onu, Boniface Chidyausiku. «Siamo membri delle Nazioni Unite, della Commissione per lo sviluppo sostenibile e il gruppo africano ha preso questa decisione sostenendo lo Zimbabawe. Stanno sollevando un polverone per nulla», ha commentato il diplomatico.
Uno degli obiettivi della Commissione per lo sviluppo sostenibile è «fornire assistenza tecnica ed esperienza ai Paesi in via di sviluppo che hanno economie in transizione». Gli occidentali si domandano come sia possibile che lo Zimbabwe guidi l’ente dell’Onu se nei giorni scorsi la società di Stato per la fornitura elettrica ha annunciato drastici razionamenti: la corrente nelle case verrà garantita solo dalle 17 alle 21 per permettere ai contadini di irrigare i campi. Il raccolto quest’anno sarà cruciale per evitare la carestia. Già oggi, spesso, nel mercato di Harare non si trova il pane. Lo Zimbabwe, oltre alla penuria di cibo, ha problemi con le medicine, il combustibile e la possibilità di cambiare il dollaro locale in valuta pregiata.
Un insegnante di Harare guadagna 84mila dollari dello Zimbabwe al mese, mentre a una famiglia media ne servirebbero 566mila, ovvero 123 dollari Usa, per garantire i bisogni essenziali. La gente comune, come John Shiri, intervistato dalla stampa locale e ripreso dal New York Times, attacca Mugabe: «Non c’è il pane e lui (Mugabe, nda) si rimpie la pancia con la sua famiglia».