Scontro aperto nell’Udc Follini verso l’uscita

Vigilanza Rai, il partito preferisce Buttiglione. Tabacci: grave errore

Fabrizio de Feo

da Roma

Il divorzio è ormai dietro l’angolo. Ci vorranno ancora alcune settimane, giusto il tempo di raccogliere le proprie cose, fare le valigie e approntare una nuova casa politica. Ma Marco Follini, dopo l’ennesimo scontro frontale con Pier Ferdinando Casini, appare ormai destinato a proseguire il suo itinerario politico lontano dal quartier generale di Via Due Macelli.
La tensione tra i due, d’altra parte, è ormai tracimata fuori dall’alveo di una faticosa convivenza forzata. Al centro dello scontro la scelta dell’esponente che rappresenterà l’Udc in commissione Vigilanza Rai. Sulla carta da giorni i due candidati «in pectore» erano Rodolfo De Laurentiis per la Camera e Marco Follini per il Senato. Addirittura, a Via Due Macelli, anche pubblicamente, s’era parlato di Marco Follini come futuro presidente della Commissione. Ieri il colpo di scena. Per l’ex segretario non solo è tramontata la presidenza, ma, addirittura, è stata decisa la sua esclusione dalla commissione. Al suo posto i vertici dell’Udc hanno indicato l’attuale presidente del partito, Rocco Buttiglione. Il motivo? Semplice. L’ex vicepremier non viene giudicato «affidabile» per una presidenza che, secondo la prassi, spetta all’opposizione. «Non possiamo permetterci di regalare all’Unione quella che equivarrebbe a una sorta di nomina bipartisan» dicono da Via Due Macelli. «Il pericolo che Follini possa sentirsi svincolato dal centrodestra ormai è più che giustificato».
Il timore diffuso tra i centristi è che il senatore ribelle possa giovarsi di una poltrona istituzionale per perseguire il suo obiettivo: formare una pattuglia di 6-7 senatori del centrodestra che facciano riferimento a lui e che possano soccorrere «chirurgicamente» l’Unione nei voti parlamentari più rischiosi. Lo scopo finale sarebbe quello di rafforzare la «terra di mezzo» tra i due poli e sondare le forze politiche «di frontiera» per perseguire l’obiettivo finale della riscrittura del bipolarismo. «Finora l’operazione di raccolta dello scontento nel centrodestra è proseguita con successo» dicono alcune voci centriste. «Ma esaurita quella fase, si passa a quella più difficile. Bisogna portare risposte vere, fatti politici. E più passa per il tempo, più diventa difficile per Follini perseguire il suo disegno. Anche in questa chiave va letto lo spostamento del congresso. La cartina di tornasole sarà, comunque, la Finanziaria. È lì che molti nodi verranno al pettine».
Se il rapporto di reciproca sfiducia tra il leader del partito e l’ex segretario è ormai manifesto, altrettanto dure ed esplicite sono le dichiarazioni dei «folliniani» sulla vicenda. Bruno Tabacci, ad esempio, esce allo scoperto e giudica negativamente la decisione di lasciar fuori il suo compagno di partito dall’organo parlamentare di controllo del servizio pubblico radiotelevisivo. «Considero un grave errore la decisione di negare a Marco Follini la rappresentanza all’interno della commissione di Vigilanza Rai» stigmatizza in una nota Tabacci. «Certamente - conclude - non è il modo migliore per tenere aperto il dialogo all’interno del partito anche tra posizioni diverse». Tagliente anche il commento del leader del movimento giovanile dell’Udc, Domenico Barbuto. «Nel partito è in atto una guerra civile unilaterale da parte di Casini contro Follini e i suoi amici. Si tratta di incomprensibili atti di masochismo politico che non producono alcun vantaggio per il partito. Invece di esercitare l’arte democristiana della mediazione, ci si esercita nell’improbabile ruolo di costruttori di un partito fatto di allegri comari».
Se i «folliniani» alzano i toni, nel resto del centrodestra l’affondo di Pier Ferdinando Casini - che proprio ieri ha fatto notare che sul voto sulla missione in Afghanistan «si sta registrando nel centrodestra la convergenza auspicata» - viene guardato come un segnale dai contorni rassicuranti. Soprattutto perché arriva nel giorno in cui il senatore della Margherita Antonio Polito, in un’intervista, lancia una sorta di appello all’Udc invitandolo a trovare «più ampie convergenze con il governo». Un corteggiamento manifesto che, almeno a giudicare dalle mosse del leader dell’Udc, non sembra destinato ad andare a buon fine.