«Lo scontro con Ciampi? Pure stupidaggini»

«Escludo che l’Unione possa vincere: non sa presentare un programma perché i suoi 11 partiti sono in rissa continua»

Adalberto Signore

da Roma

È tarda sera quando si va finalmente chiudendo la lunga giornata di mediazione tra Palazzo Chigi e il Quirinale. La legislatura andrà avanti fino al 10 febbraio (due settimane in più rispetto alla data del 29 gennaio) e le elezioni si terranno come previsto il 9 aprile. Un’intesa che dovrebbe essere formalizzata oggi con tanto di comunicato del Viminale. Dopo il consiglio dei ministri, Gianni Alemanno aveva anticipato una nota del governo in merito. Ma da Palazzo Chigi è giunta la secca smentita: «Non è assolutamente previsto né potrebbe essere prevedibile alcun comunicato sullo scioglimento delle Camere, che è prerogativa esclusiva del presidente della Repubblica». E al ministero dell’Interno spetta la convocazione dei comizi elettorali. Si chiude così una giornata con le diplomazie al lavoro dal mattino. Lo si capisce subito quando dai microfoni di «Radio Anch’io» Silvio Berlusconi riprende il filo della querelle con il Colle sulla data di scioglimento delle Camere. E lo fa per dire che no, con il presidente della Repubblica non c’è alcuno scontro. Il modo telegrafico: le cose scritte dai giornali sono «stupidaggini pure».
I rapporti con Ciampi. E già, perché ieri mattina quasi tutti i quotidiani dedicavano il titolo d’apertura della prima pagina alla «sfida del premier al Quirinale», disputa apertasi formalmente lunedì pomeriggio negli studi di via Tiburtina dove si stava registrando Il senso della vita, trasmissione condotta da Paolo Bonolis. Lì, Berlusconi aveva lanciato una sorta di aut aut: o si proroga la fine della legislatura di due settimane, oppure si spostano in avanti le elezioni in calendario per il 9 aprile. Dai microfoni di «Radio Anch’io», però, arrivano parole di distensione, perché la mediazione è già in corso. Con Beppe Pisanu, Gianni Letta e Gaetano Gifuni, la task force diplomatica che ha evitato lo strappo.
La data delle elezioni. E il segnale che l’intesa è vicina e che è il momento di temporeggiare sta pure nel lungo ragionamento di Berlusconi sull’eventualità di un rinvio del voto. «La legislatura nel 2001 è terminata il 13 maggio» e, spiega, sarebbe «regolare» fare le elezioni del 2006 intorno a quella data. Solo «tenendo conto dell’ingorgo istituzionale» (amministrative e elezione del capo dello Stato), quindi, si è «ritenuto opportuno anticiparle al 9 aprile». E dunque, «resta il fatto che lo scioglimento delle Camere il 29 gennaio rappresenta una chiusura in anticipo di molte settimane rispetto alla scadenza naturale». «Noi - spiega il premier - chiediamo solo di non gettare alle ortiche il lavoro avviato dal Parlamento e quindi un paio di settimane in più, ferma restando la data del 9 aprile per le elezioni». Insomma, Berlusconi ribadisce sì la sua intenzione di posticipare la chiusura delle Camere (per non rendere vani quei provvedimenti già approvati da uno dei due rami del Parlamento, ma pure per ritardare l’entrata in vigore della par condicio) ma non rilancia l’ipotesi di rinviare le elezioni. Perché la diplomazia è al lavoro e la soluzione vicina. Categorico, invece, il «no» del premier all’election day (l’accorpamento del voto politico con quello amministrativo). «È troppo importante - spiega - che gli elettori abbiano la consapevolezza di cosa decidono con il voto politico». Perché, sottolinea, scelgono «il futuro dei prossimi cinque anni per sé, per i propri figli e per il proprio Paese» mentre «con le amministrative» entrerebbero «in gioco interessi locali che confonderebbero l’elettorato».
La legge Pecorella. Tra i provvedimenti legislativi già avviati e per i quali si rende necessario il prolungamento della legislatura c’è anche la legge Pecorella. Il testo - che prevede che non possa essere riprocessato in appello chi abbia già avuto un’assoluzione in primo grado - è stato infatti rinviato alle Camere dal Quirinale e deve essere dunque riveduto e corretto. «Una legge di democrazia», spiega Berlusconi che, con riferimento al fatto che il provvedimento avrà effetto anche su un processo che lo riguarda (Sme), esclude «assolutamente» di essere «interessato sul piano personale». «È una legge giusta - spiega - che interessa i cittadini caduti nel girone infernale dei processi».
Il caso Unipol. Il presidente del Consiglio, poi, torna ancora sulla vicenda Unipol, esclude che ci siano state montature come suggerito da Romano Prodi e chiede al leader dell’Unione d’informarsi con i vertici della Margherita e con il suo collaboratore Arturo Parisi sull’effettivo «pericolo che vi fosse una tale concentrazione di potere nella mani della finanza rossa, in contrapposizione alla finanza cattolica». E sintetizza a modo suo il «collateralismo insostenibile» tra «le cooperative rosse, le giunte comunali rosse e i partiti della sinistra» che «vengono finanziati dagli utili di queste coop che non pagano tasse»: è «un triangolo delle Bermuda rosso».
Le pensioni minime. In campo economico, aggiunge sottolineando l’accordo con la grande distribuzione sulla vigilanza dei prezzi, «è stato fatto tutto quello che era nelle nostre possibilità». Così come, dice, sono state aumentate le pensioni minime a 551 euro mensili. «Se continueremo a governare - aggiunge Berlusconi - faremo un ulteriore aumento a 800 euro».
L’Unione e il programma. Il premier, poi, ribadisce il suo ottimismo sul risultato delle elezioni. «La sinistra - dice - è in una situazione che la vede in difficoltà nel presentare un programma perché all’interno ci sono posizioni lontanissime e inconciliabili sia sulla politica economica che su quella estera». Ed è «in rissa continua tra gli undici partiti che la compongono e quindi finirà per subire il diktat della sinistra più estrema e radicale». Per questo, dice convinto, «escludo che possano vincere».
Forza Italia verso il voto. La macchina elettorale azzurra, intanto, è in piena attività e sono già pronte alcune bozze del contrassegno elettorale di Forza Italia con il nome di Berlusconi. In verità, sembra che il premier sia ancora titubante sulla questione, nonostante An e Udc abbiano già dato il via libera a inserire il nome di Fini e Casini. È probabile, infatti, che Berlusconi tema che con il nome sul simbolo di Forza Italia possa uscirne ridimensionata la sua immagine di leader di tutta la coalizione. Ma, è la convinzione dei vertici del partito, visto il nuovo sistema elettorale, alla fine la decisione non potrà che essere quella già presa da An e Udc.