Dopo lo scontro col Cav conquistò la guida dei socialisti e ora dell’assise di Strasburgo

Per anni gli hanno rimproverato l’irascibilità. E pensare che proprio questo difetto di carattere è valso a Martin Schulz l’elezione a presidente dell’Europarlamento ratificata ieri a Strasburgo. Insieme ovviamente alla notorietà «regalatagli» dal famoso sfottò in diretta da parte di Silvio Berlusconi. Nel luglio 2003 è proprio il duro scontro con l’allora capo del governo italiano a far uscire dall’anonimato il socialdemocratico tedesco, fino al giorno precedente praticamente un signor nessuno e dopo quell’episodio rimbalzato sulle news e i siti di tutta Europa.
Proponendolo durante un aspro botta e risposta per il ruolo di «kapò» (un detenuto a cui la direzione di un lager affidava funzioni di comando sugli altri deportati) per un film sui campi di concentramento, il Cavaliere gli regalò involontariamente una fama che fino ad allora Schulz, siain Europa sia in Germania, era ben lontano dall’avere.
Un anno dopo, questo libraio entrato a 18 anni nel partito socialdemocratico tedesco (Spd) e che fa parte del parlamento europeo dal 1994, accede alla presidenza del gruppo socialista. Che dirige con il pugno di ferro. «È un europeista convinto», spiega il copresidente dei verdi, Daniel Cohn-Bendit, che si dice «sicuro» che saprà, alla presidenza del Parlamento, «difendere il metodo comunitario di fronte ai tentativi di rinazionalizzazione degli stati» degli affari europei. Martin Schulz intende battersi con forza di fronte agli stati per ribadire i poteri del Parlamento e ridurre «il deficit democratico» di cui soffre l’Unione europea. Nel 2009, è lui che in larga contribuisce a far in modo che il nuovo incarico di capo della diplomazia europea torni a una personalità della sua parte politica, la sinistra. Un incarico conferito alla laburista britannica Catherine Ashton, che Martin Schulz difende malgrado le critiche. Sguardo acuto dietro i suoi occhiali fini, Schulz «non fuma, non beve, è molto attentato all’igiene», fa sapere un membro del suo staff. Una persona con la quale non è semplice lavorare, ammette qualcuno; e che estrema destra ed euroscettici sopportano a fatica.
A chi gli ha chiesto se quell’episodio con Berlusconi avesse aiutato la sua carriera politica, lui ha risposto con l’aria decisamente indispettita: «Convivo quotidianamente con questa storia. Non è uno scherzo se un capo di stato definisce qualcuno un kapò. Quando successe, ero già capogruppo e avevo già una carriera. Oggi non credo di essere stato votato per lo scontro con Berlusconi».
Schulz ha poi negato di aver intenzione di invitare Berlusconi al Parlamento: «E non credo che lui se lo aspetti».