Scontro di doppiogiochisti nell’Fbi

Una sceneggiatura perfetta sostiene il poliziesco con Ryan Philippe «Breach-L’infiltrato»

Il giovane Eric (Ryan Philippe), aspirante detective dell’Fbi, deve smascherare il suo diretto superiore, l’ambiguo Hanssen (Chris Cooper), fortemente indiziato di collaborazionismo. Un incarico ricco di insidie, di sconcertanti rivelazioni. Un sottile e stimolante gioco di psicologie e travisamenti. Chris Cooper recita con la stessa ambiguità del personaggio, è un complimento, bacchettone e pervertito, mostrando un’aria afflitta e talvolta minacciosa, ma il giovane Eric, ha dalla sua l’inespressività che è la cifra dello stesso interprete, stavolta efficace nel rappresentare il carattere anòdino dell’uomo di apparato, chiuso nella sua ambizione e nella caparbia ricerca di elementi di accusa. Breach è una delle più intriganti spy-story degli ultimi anni. Una vicenda vera tratta dagli archivi dell’Fbi, senza retorica patriottica, dallo stile asciutto, surrogato da una sceneggiatura infallibile, dove nessuna parola è sprecata, nessun elemento superfluo, compreso un mr. Guffey, invenzione di Hitchcock per definire situazioni che hanno lo scopo di depistare lo spettatore, in questo caso la moglie di Eric, una tedesca dell’Est. Conta poco che il colpevole sconti oggi l’ergastolo, ai coniugi Rosenberg andò assai peggio, quanto lo sviluppo del racconto, che il regista Billy Ray dirige con mano ferma, prosciugandolo dalla liturgia delle spy-story, riconducendoci più nelle atmosfere di Operazione Cicero piuttosto che nelle smargiassate alla 007, evitando cioè le pistolettate superflue, le penombre, i colpi di scena, mantenendo sapientemente il clima realistico che sembra giovare ai momenti più palpitanti.

BREACH – L’INFILTRATO (Usa, 2006) di Billy Ray, con Ryan Philippe, Chris Cooper. 111 minuti