Scontro sul partito senza identità

La carcerazione di Ottaviano Del Turco è giunta come un fulmine in un cielo già tempestoso, quello del Partito democratico, in cui tutte le componenti cercano di ritrovare la propria identità originaria. E quello che è messo in dubbio oggi è l'idea che ha guidato la sinistra sin dai giorni della grande crisi democratica del '92 e della vittoria di Berlusconi nel '94: quello di prendere il potere mediante la via del maggioritario, in modo da nascondere l'identità comunista sotto quella democristiana e coprire con la legittimità comunista la delegittimazione democristiana.
Il vero problema dei comunisti nel '92 era quello di cambiare il nome, il simbolo, il linguaggio, ma di conservare il gruppo dirigente contando su una fedeltà che si fondava su una lunga tradizione e su una lunga egemonia sulla cultura ufficiale. Non era ancora spenta l'eco della sconfitta del leader della Bolognina Achille Occhetto nelle elezioni del '94 che, prima ancora di determinare le alleanze, il Pds giocava tutto su due volti: Massimo D'Alema e Walter Veltroni. L'uno rappresentante del corpo del partito, i giovani funzionari che avevano sostituito i dirigenti storici. Essi pensavano che il ricambio generazionale fosse il tutto e potesse essere capace di notificare i linguaggi e i simboli mantenendo la continuità.
L'altro era quel che rimaneva del disegno di Occhetto, quello di meticciare il Pci inserendovi come dirigenti, sia pure in modo simbolico, gli esponenti di altre culture: non più considerati «indipendenti di sinistra» ma invece come il nuovo volto del partito.
Oggi siamo tornati alle origini. Solo che D'Alema è tornato oltre le origini, perché ha capito che il linguaggio cattolico e quello comunista non si fondono e che, pur inseriti nel medesimo alveo, le acque democristiane e quelle comuniste continuano a rimanere distinte negli elettori.
Per D'Alema è fallito tutto: il maggioritario di Occhetto, l'operazione Prodi in prima e in seconda versione, l'Ulivo e l'Unione. Bisogna tornare alle due componenti originarie, i democristiani e i comunisti: e quindi ben venga il proporzionale alla tedesca. D'Alema considera i democristiani del Pd democristiani inutili, senza capacità di aggregazione nel mondo cattolico e moderato. E l'Udc deve diventare il contenitore adatto per una democrazia cristiana di risulta, sperando che il cinque per cento garantito dal proporzionale alla tedesca aggiunga qualche voto a Casini che ne ha così pochi.
Si crea così nel Pd una corrente di parademocristiani che vogliono prendere aria come i «coraggiosi» di Rutelli e marciare verso l'Udc per conto proprio. E D'Alema è probabilmente d'accordo: ricreare con i frammenti di Casini e di Rutelli e di qualche altro, un accrocchio democristiano facendo di Marini e di Fioroni di fatto i nuovi «indipendenti di sinistra». Insomma D'Alema vuole tornare all'antico, prima della Bolognina, prima di Occhetto, prima del grande scompiglio creato da Berlusconi e riprendere anche un'alleanza a sinistra con Vendola e ciò che rimane di Rifondazione. Sembra un'utopia retrograda, un sogno del passato perseguito come l'unico modo di uscire dal presente quando non si ha un'immagine del futuro.
Veltroni invece rimane fermo al Partito democratico, anche se deve apparirgli chiaro che il suo sforzo di creare un linguaggio terzo tra quello centrista e quello postcomunista non è riuscito e che egli ha raccolto soltanto gli elettori di sinistra, svuotando gli «antagonisti» sino alla soppressione del loro luogo parlamentare. Così la crisi a sinistra nasce non sulla tattica ma sulla strategia, non sulla prassi ma sull'identità, non sui mezzi ma sui fini. E forse il caso Del Turco dice ora che la mano forte della magistratura pensa Berlusconi troppo forte per misurarsi con esso; e ritiene la sinistra così debole da poterle infliggere anche colpi di mazza come quello sferrato in Abruzzo.
Gianni Baget Bozzo
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