Scontro sul pattume col Pdl: maggioranza ko La Lega si "rifiuta" di votare, verso il ritiro del dl

Il Carroccio non vuole il trasferimento della monnezza dalla Campania
alle altre Regioni. Oggi nuovo round, ma il decreto rischia di arenarsi. Avanza l'ipotesi di ritirarlo e di lasciare parlare l'ordinanza del Consiglio di Stato

Roma L’immondizia napoletana incrina l’asse Pdl e Lega, proprio alla vigilia del «conclave» ad alto rischio sul deputato Papa. Il casus belli è stata la conversione in legge del decreto rifiuti. Un provvedimento che ha sempre visto contraria la Lega, arroccata sul principio del «basta con l’immondizia di Napoli al nord». Ieri i nodi sono arrivati al pettine. Il Carroccio - che già in consiglio dei ministri aveva votato contro - avrebbe voluto che nel provvedimento, almeno, restasse la norma secondo cui la spazzatura della Campania poteva essere trasferita altrove ma soltanto con il nulla osta delle Regioni interessate.

Il che avrebbe permesso ai governatori leghisti di dire picche. La quadra tra alleati non s’è trovata e così s’è deciso di rimandare il testo in commissione. Un rinvio che avrebbe fatto respirare la maggioranza che ha sollevato anche una questione giuridica: un’ordinanza del consiglio di Stato ha infatti ribaltato la sentenza del Tar che bloccava il trasloco automatico dei rifiuti nelle altre regioni. Peccato, però, che proprio su questa opzione, causa le assenze pidielline, la maggioranza sia andata sotto per sei voti. «Mi sono rotto veramente i c... di ’sti terroni - sibilava un deputato leghista uscendo dall’Aula - se la tengano loro la loro monnezza». Un pasticcio, insomma.

Anche perché, proprio mentre si cercava una difficile soluzione, i deputati campani del Pdl hanno fatto la voce grossa: «Allora noi votiamo contro il primo articolo», quello che appunto conteneva il «paletto» del nulla osta delle Regioni.
Sullo sfondo, il ghigno delle opposizioni: per l’Italia dei valori, «se la Lega, come ha annunciato, dovesse votare contro il decreto rifiuti, a Berlusconi non resterebbe che una cosa da fare: formalizzare la crisi e salire al Quirinale per dimettersi». Critico anche il Pd. Secondo Pier Luigi Bersani la maggioranza «non c’è più».
Di fatto si è andato avanti così fino a sera, con una sorta di auto-ostruzionismo per poi decidere di non decidere. Tutto rinviato a oggi.

Così, questa mattina, si tornerà a discutere anche se, alla fine, la maggioranza potrebbe optare per il ritiro definitivo del provvedimento. E poi cosa accadrebbe? Se la maggioranza dovesse scegliere di rimettere nel cassetto il decreto, a quel punto varrebbe l’ordinanza del Consiglio di Stato.
Ma al di là del merito del provvedimento, è chiaro che la Lega sia sempre più in fibrillazione. Nervi tesissimi acuiti dal fatto che il duello Bossi-Maroni di fatto spacca in due il partito.

Ieri, cercare di capire quale sarebbe stata la linea ufficiale sul caso Papa era sforzo vano. Da una parte i «maroniti» che, sebbene riconoscessero l’inconsistenza delle accuse al deputato pidiellino, speravano in un’indicazione «manettara» del capo. Dall’altra i «lealisti» che, sebbene riconoscessero la necessità di uno smarcamento dal Pdl, sottolineavano che questo non poteva avvenire mandando in galera un parlamentare. Bossi, dal canto suo, era stato schizofrenico sulla questione. «Papa in prigione? Sì, no, forse». Ieri in serata qualche elemento di chiarezza in più. Il capogruppo Reguzzoni: «Dirò che il gruppo è favorevole all’arresto ma con libertà di coscienza».