Scontrosa tenerezza di BuzzatiLe confessioni di sua moglie

A quarant’anni dalla morte del grande giornalista e scrittore la moglie Almerina ripercorre la loro vita in comune. Storia di «Un amore» che superava gli ostacoli

La «sposa bambina», 45 e rotti anni dopo il matrimonio è ancora bambina. Treccia nera fino ai lombi, golfino di lana, gonna lunga stile anni ’70, scarpe-pantofole leggere, da bambola. E un sorriso in cui potresti riconoscere la compagna del liceo, fra ammissione di colpa e complicità, come per dire: «Visto? Te l’ho fatta di nuovo».

La «sposa bambina» fa rima in «ina», perché è Almerina, ovvero la signora Buzzati. Per parlare di Dino, dopo l’intervista telefonica della scorsa, banale, stupida, offensiva, eppure piacevole (nella vita, gli estremi spesso si toccano) ricorrenza del 2002, l’ho chiamata con qualche giorno di anticipo. E lei ha risposto: «Certo, va bene, facciamo domani pomeriggio, sul presto».


È presto, infatti, e il sole inonda i quadri («quando lui se n’è andato, avevo solo questo (il famoso Duomo dolomitico), gli altri ho dovuto ricomprarli, la Mondadori mi ha aiutato» e scocca il primo sorriso che le strizza il viso e il cuore), i mobili, i tappeti, la cassapanca che custodiva i diari di «lui», intoccabili fino alla morte, e che lei, pochi giorni dopo il commiato del 28 gennaio 1972, caricò in macchina per fuggire a Cortina e leggere, leggere furiosamente tutto. Per scoprire, finalmente, il rovescio della medaglia del suo uomo.


Il salotto della bellissima casa milanese non è un salotto, è un teatro di posa dove Almerina recita a soggetto, cioè assapora la sua perenne storia d’amore.


«Lui si metteva lì, a scrivere o a dipingere, sul tavolo. E io qui, sul divano, dandogli le spalle, a cucire (e si sdraia mettendo i piedi sul bracciolo opposto, con l’agilità di un’adolescente). Tornato dal Corriere, verso le 9 di sera, era capace di lavorare fino alle 4 del mattino. E quando veniva gente a cena, Soavi, Afeltra... stessa cosa. Noi si chiacchierava, seduti in poltrona, e lui ci faceva compagnia, ma senza aprir bocca, con la macchina per scrivere sulle ginocchia, a picchiare sui tasti».


Dino è qui, con i capelli a spazzola, la camicia bianca, la cravatta scura. E, come sempre, tace, nascosto dietro lo sguardo languido dei suoi cagnoni, gli occhi bistrati delle sue modelle, le sue montagne baciate dal tramonto. Tace, Dino, ma annuisce, ascoltando la voce argentina, e guardando lontano, ben oltre i Giardini Pubblici, fino alla Torre Velasca, dall’alto del decimo piano e del cielo.


«Lo conobbi nel ’62, ’63. Mi aveva mandato il capo fotografo del Corriere a fargli una foto con un ragazzo che aveva vinto una borsa di studio. Una cosa così... Poi, abitava ancora in viale Majno con i suoi, mi presentò in casa. C’era anche la Maria Pezzi, la mia amica Maria».
Maria, «l’altra», in teoria. Non in pratica.


«Maria era sua amica (mi fissa con gli occhi chiari, non so se più ridenti o più commossi)... L’ha aspettato per tutta la vita... Poi, quando sono arrivata io, ha capito».
Ha capito che Almerina era quella giusta per il loro comune «lui». La sua freschezza infantile, la sua spontaneità, erano qualità perfette nel bilanciare il peso delle ombre che gravavano sull’austrungarico tedio senza il quale non avremmo avuto né Il deserto dei Tartari né Un amore, né le decine, centinaia di racconti dove l’imprevisto flirta con la normalità, la fantasia si concede al dovere.


«Guai a chi mi tocca la Maria, ancora adesso... Invece la madre... La madre (e questo, di sorriso, ha una punta di risentimento) era una... si può dire, no? Bigotta. Verso i diciott’anni... diciott’anni dico... un giorno Dino le chiese: “Mamma, posso non venire più?”. E lei: “Se non vuoi venire, non venire”. Parlavano della messa della domenica, pensi un po’! No, lui non era credente. Però ha fatto da padrino al battesimo della figlia di Afeltra, per amicizia».
Adesso tornano in libreria, dopo tanto, troppo tempo, I miracoli di Val Morel, dove la forma narrativa dell’ex voto s’accoppia all’erotismo sadico, alle fantasmagoriche incursioni nell’orrore (altro che le innumerevoli, e molto presunte, provocazioni marchettisticamente blasfeme dei nostri giorni). E Almerina commenta così, secca, con laica ironia: «Del resto Santa Rita da Cascia è la santa dei miracoli impossibili...».


Nemmeno un miracolo, invece, avrebbe concesso a lei la grazia di leggere Dino prima del suo addio.
«Me lo proibiva. Probabilmente non voleva contagiarmi con le sue inquietudini... Ma era proprio inflessibile. Anche per gli articoli, sa, per gli elzeviri! Tutte le mattine ci portavano il Corriere. Allora lui apriva la porta, lo ritirava, tagliava la pagina dove c’era il suo pezzo e mi consegnava il giornale».


Dino annuisce ancora, mi par di intuire. Però dalla finestra-palco sullo spettacolo insolitamente limpido, alpino, della città, va in un’altra stanza, molto piccola, il sancta sanctorum del suo fervore creativo. Lo seguiamo.
«Azzurra, cara, vieni (Azzurra è quasi nera, una micia bellissima, anche se le manca una zampa). L’ho salvata a Cortina tre anni fa, l’avevano investita... Ecco, guardi, in questi scaffali ci sono i suoi libri più cari (Nietzsche in tedesco, Arthur Rackham, i classici russi che erano i suoi preferiti)».


Ma un grande ritratto della madre ne ostruisce la vista. Allora Almerina prende il quadro e lo deposita a terra.
«Adesso stai qui, tu, e non dare fastidio».